Magazine Lunedì 14 ottobre 2013

Io, però... il romanzo erotico di Rosa Santoro

© NeoGaboX / Flickr.com

In questa pagina pubblichiamo un brano dal libro Io, però.... (Arduino Sacco Editore, 2012, 130 pp, 12 Eu) di Rosa Santoro.

Magazine - Provando piacere, nascerà il bisogno di voler scrivere tutto ciò che una donna sente durante un rapporto. I suoi ormoni sembrano esplodere, vogliono raccontare.
Margherita ogni volta che partiva non programmava niente, nasceva tutto per caso. Portava con sé un frigo colmo di voglie femminili da far scongelare lentamente come ghiaccioli a chiunque l’avesse a portata di mano. La sensualità non le mancava, era un preziosissimo scrigno, la dimensione divina per ogni uomo.

Era costruita come viaggio di una vita diversa da quella condotta quotidianamente: infatti, quando viaggiava, non la riconosceva nessuno. Era diversa e appassionante, succosa e maestosa, in quest’ambito prettamente erotico. Era una diva del piacere, una dea arrapante, una sirena afosa, una donna mai vista. Era famosa solo per il sesso concesso, il resto era solo grazia, forse trattasi di un talento naturale.

Incominciò a Roma la storia d’amore intrigante. Lei, figlia di un commissario e gli uomini che incontrava, discendenti da vite incastrate. Questo solo per ricevere un frammento di quella voglia che stimola gli impulsi celebrali. Margherita cercava di accontentarsi e infilarsi nell’impossibile. E questa volta le era capitato Pantaleone, il ragazzo della comitiva, vestito in jeans e maglietta aderente. Appena trentenne, e sposato.

Margherita era andata a trovare Pantaleone per fare un book. Pantaleone fotografava modelle scrittrici in prima pagina come slogan sui giornali per la rivista Sensual Dio. Lo conobbe in una vecchia ex comitiva due anni prima e non persero mai i contatti. Pantaleone andò a prendere Margherita alla stazione. Quel primo contatto, appena la vide, fu devastante come l’eccitarsi al primo colpo e venirle al viso senza controllo. Le baciò la mano e poi scese verso il braccio senza chiedere permesso. Si scatenarono sensibili colpi di emozioni, quasi la violentasse senza proibirsi.

Lei lo trattenne, mettendo le mani sulla bocca per fargli capire che doveva smettere. Immediatamente lui se la prese, succhiandole la punta delle dita. Il viso era arrossato, non sapeva che fare. Si prendeva l’affetto, se la scovava. Pantaleone provò a infilarle una mano nella tasca della gonna per metterle due lire di soldi, ma lei rifiutò nuovamente. Cercò di stimolarla, sapendo che il suo stato interiore era timido, e così la punzecchiava di volta in volta, pur esagerando perché in fondo le piaceva. Si lasciava andare. Incominciò a prestarle attenzione, guardandola negli occhi con un volto arrapante per farsi tentare. Le chiese dei fidanzati avuti, dello stato interiore e da quanto tempo non assaggiava del vino o del latte riscaldato.

Pantaleone: Andiamo al bar? Caffè?
Margherita: Cappuccio con cacao…

Andarono al bar. Pantaleone aveva un aspetto orribile da far girare qualsiasi ragazza. Era con la testa fra le nuvole.
Margherita gli chiese subito quanto avesse bevuto la notte in discoteca avendo gli schiatti rossi e dondolando come un barbone ubriaco di qua e di là. Erano ambienti che frequentava solitamente, e a volte esagerava sembrando uno dei tipi appena usciti da una galera. La barba era l’unica cosa che non tagliava mai, a differenza della dea che arava i suoi delicati fiori per farne sentire il profumo e insinuarsi nel giardino fatato.

Mentre Pantaleone continuava a parlare, Margherita mordeva le labbra cancellando il rossetto dipinto sulla carne. Si era già riscaldata strofinando le due palpebre di continuo.
Pantaleone notava che si stava eccitando ed era sicuro che  pure nelle mutandine qualcosa stava nascendo. Capì che aveva una voglia matta, così la fece alloggiare in una delle sue case appena comprate.

di Rosa Santoro

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