Magazine Mercoledì 19 giugno 2002

Pianto postmoderno

Magazine - Sulla torre più alta di Cornigliano
brucia una fiamma blu di metano

C’è una città in una città
con torri alte di mattoni,
nere di fuliggine, senza età
e vie strette senza nomi.

C’è una grande tribù
con occhi e cappelli scuri
vestiti sempre in tuta blu
che ci lavora nei turni più duri

Hanno un totem nero carbone
che mangia rottami a tutte le ore,
ha l’intestino sempre in ebollizione
e ogni tanto manda urla di dolore.

Sulla torre più alta di Cornigliano
brucia una fiamma blu di metano

C’è chi vive all’inferno
per due milioni al mese,
ma ha negli occhi un bambino
per cui non bada a spese.

Quel lavoro non lo puoi toccare.
Puoi solo guardare
il metallo bollente
che salta giù da quel gigante,

puoi solo guardare
il ferro nel laminatoio,
diventare sottile come il cuoio,
avvolto in chiocciole di lumache,
solo pesanti venti tonnellate.

Sulla torre più alta di Cornigliano
brucia una fiamma blu di metano

Ma tu non badavi al ritmo duro
che chiamavi il tuo lavoro.
La forza di un padre operaio
piega i fogli duri dell’acciaio.

Così hai scelto il turno di notte
sei volte su sette
perché, durante il giorno,
la tua vita non era quell’altoforno,

perché, tornando a casa il mattino,
con gli occhi neri di sonno e di fumo
aspettavi l’alba del sorriso
sull’orizzonte di quel piccolo viso.

Sulla torre più alta di Cornigliano
brucia una fiamma blu di metano

Molti non sanno neppure dell’incidente:
una bobina d’acciaio rotola giù pesante,
il sangue che scorre, dello stesso colore
della ruggine su quelle lamiere.

Tutto è successo nei giorni dei Mondiali,
poco spazio ha avuto sui giornali,
meglio parlare della Playstation di Totti,
non son notizie che interessano a tutti.

Ma a me piace pensarti libero e fiero,
la tua storia come graffitata su un muro.
Aspettavi, il mattino, un sorriso più vero,
di quello da un milione di posti di lavoro.

Giacomo Revelli

di Donald Datti

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