Concerti Magazine Lunedì 16 settembre 2013

David Byrne live a Firenze. La recensione del concerto

Magazine - David Byrne live a Firenze. La città ospita l’evento in un teatro storico all’italiana, un gioiellino ottocentesco da 1000 posti tutto oro e velluti rossi (e splendidi servizi igienici monumentali) nato per le opere verdiane e oggi sede dell’Orchestra Regionale Toscana.
Ai lati del palco l’amplificazione del tour non si risparmia, due lunghe colonne di casse garantiscono un buon ascolto per tutti, palchetti e galleria compresi, a conferma che più ce n’è meglio è: la quantità consente la qualità, poco ma sicuro.

La sala è piena nonostante i prezzi non certo popolari. Ex-giovani, Firénze béne in gran tiro per l’uscita serale e tanti turisti stranieri, soprattutto americani, tutti lì per David Byrne naturalmente e per qualche evergreen dell’epoca Talking Heads, anche se -giuro- nessuno ha invocato Psycho Killer!

Nell’attesa viene diffuso un piacevole cinguettio di bosco fino al momento dell’annuncio: la voce di Byrne che invita, in modo molto amichevole, a godere dello spettacolo con i propri occhi e il proprio corpo e non attraverso un gadget per videoriprese tipo smart-phone. In questo modo anche chi è seduto dietro non avrà la visuale impallata da una mini televisione! Seguono ovazioni.

Inizia l’ultima data del tour lungo un anno che ha accompagnato la pubblicazione di Love this giant, collaborazione trans-generazionale fra un sessantunenne mito dei giovani negli anni 80 e la trentunenne rivelazione dell’avant-garde americana di oggi. Una dose di energia creativa, fresca e rivitalizzante per Byrne e una collaborazione ai vertici per Annie Clark, in arte St.Vincent (un nome che in Italia suona proprio male per via del casinò, in realtà un omaggio al poeta Dylan Thomas).

L’ottetto di fiati è co-protagonista della serata, compatto, allegro, in continuo movimento e perfettamente in grado di supplire alla mancanza di un basso grazie al gran lavoro di un robusto sousafonista (la versione marching band del tuba) insieme a due tromboni, tromba, sax baritono e alto, corno francese e flauto, che offrono agli orchestratori mille possibilità di colore e di stile, dal funkeggiante al zumpazumpa, dal sinfonico all’ambient. Batteria e tastiere completano l’organico.

Annie Clark è splendida, già votata sexiest woman del mondo Indie, lascia interdetto chi già era innamorato della sua immagine tutta riccioli neri, sfoggiando a sorpresa una capigliatura modello bomba bionda, molto Marylin ma anche troppo diafana, decisamente meno misteriosa.
Rimangono le movenze da robot sovietico e le corsette sulle punte di scarpe con tacchi altissimi durante gli assoli di chitarra. Ma a prescindere dagli aspetti formali, siamo di fronte ad un artista talentuosa che ha saputo trarre il meglio da una partnership di grande valore: canta tutti i brani di sua composizione, che ci sembrano anche i più ispirati e originali, quelli in cui tutta la banda viene usata al meglio delle potenzialità.

Qui Byrne rimane sulla scena ma diventa spesso poco più che decorativo, sa mettersi da parte come solo i grandi artisti e grandi persone sanno fare. Non ciucciano solo la linfa altrui ma fanno in modo che ognuno tragga il massimo vantaggio dal lavorare con chi già è famoso. Vale per Annie ma anche per l’intera banda, con un momento dedicato a tutti, uno per uno, in cui Byrne illustra la carriera solista e promuove le pubblicazioni in vendita al banchetto del foyer.

La strana coppia della serata (illazioni pettegole decisamente fuori luogo, direi) ha contribuito all’opera con spirito di sostanziale egalitarismo, fornendo due diverse facce di una stessa preziosa moneta: Annie la più scura e David la più gaia. Optimist e The forest awakes i momenti più alti per lei, la splendida Who per lui, ma gli altri brani sono un po’ tanto simili alla produzione di maggior successo commerciale dei Talking Heads: periodo Little Creatures e Speaking in tongues.

Molto prudentemente, nonostante la splendida forma fisica mantenuta grazie alla passione per la bicicletta, Byrne ha abbandonato le movenze dinoccolate e disarticolate che lo hanno reso famoso, preferendo movimenti semplici su un asse ortogonale. La capacità di stare sul palco e fare spettacolo però c’è ancora tutta, così come quella inconfondibile voce sempre zigzagante sulla tonalità corretta, così come da marchio di fabbrica.

In definitiva una gran bella serata con tutti gli splendidi cinquantenni soddisfatti per i tre momenti dedicati ai successi dei primi anni 80: in Burning down the house Byrne sembra preoccupato per il teatro (quasi distrutto da un incendio); This must be the place, dedicata a Sorrentino, ci ha regalato un istante di pura magia coreografica con uno “stop” collettivo che ha lasciato a bocca aperta; il gran finale a mò di marching band sulle note di Road to nowhere, pubblico commosso tutto in piedi con estasiate lacrime agli occhi (e conseguenti mascara colanti). Dopo un finto finale, David e Annie e banda al completo spuntano nel bel mezzo della platea e concludono il concerto fra urla di giubilo ed entusiasmo. E gratitudine!

Se tutto ciò può sembrare patetico agli occhi di un giovane negli anni 2010, il consiglio è di scoprire la carriera che questo signore nato in Scozia è riuscito a fare: dichiarato ufficialmente “stonato” fin dall’infanzia, sofferente da una forma di autismo, ha sempre suonato la chitarra per destrimani pur essendo mancino, ma ha creato – tra gli altri - capolavori come Remain in light e My life in the bush of ghosts, con e senza una delle band più influenti dell’art-rock da lui fondata: i Talking Heads.

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