Magazine Lunedì 16 settembre 2013

Maurizio Serra: «Con Svevo ho sentito il polso dello scrittore»

Magazine - Dopo aver vinto il Premio Goncourt 2011 per la saggistica con Malaparte, Maurizio Serra – Ambasciatore per l’Italia presso l’Unesco – ha scritto la biografia di un uomo che è l’anti - Malaparte per eccellenza: Italo Svevo ou l’Antivie (Grasset, pp. 391, euro 22,00).

Serra è un diplomatico dalla doppia vita, come Italo Svevo. Di giorno lavora, come Svevo faceva l’industriale di vernici, mentre di notte lo immaginiamo al tavolo, alla luce di un paralume discreto, che scrive e vive la sua seconda vita.
Da ragazzo venne incoraggiato a coltivare l’inclinazione per la storia da uno come Renzo De Felice, il monumentale biografo del Fascismo, il quale si era imbattuto in una sua tesina composta alle superiori.

Liceo Chautebriand a Roma, dove ha succhiato il francese, in cui ha scritto questo libro, in una lingua screziata da immagini rapsodiche, da cantore notturno.
Serra a vent’anni incontra Bassani al tennis e di lui serba in ricordo il libro che l’autore del Giardino dei Finzi Contini leggeva, A sangue freddo di Truman Capote.

Svevo è uno scrittore internazionale nel nostro panorama letterario. Uomo pratico, che conosceva il tedesco anche per lavoro – il suo nom de plume unisce in un abbraccio inesausto l’italianità a cui non rinuncia e gli Asburgo -, industriale accorto e capace, uomo divorato da una specie di gelosia che forse arrivava da un sesso tenuto troppo a bada almeno in superficie ma ribollente sotto pelle, letterato che si nutre della psicanalisi come delle sigarette che fumava in quantità da tabagista ante litteram (60 al giorno).

Amico personale di Joyce che gli impartiva lezioni di inglese, è a lui personalmente – e non a Larbaud o Cremieux – che si deve la sua scoperta come grande scrittore.
La fama letteraria – una specie di sorriso che si apre talvolta soltanto alla sera di certe vite – gli arride poco prima di morire, per un banale incidente di auto, nel settembre del 1928, quando l’aria ha già dimenticato o quasi, l’estate.

«Non è niente morir», sussurrerà alla figlia per cercare di sollevarla, sul suo personale letto di morte, quello vicino al quale la moglie gli chiederà se vuole pregare:chi non ha pregato mai in vita non lo fa di certo nell’ultimo momento, risponderà Svevo – al secolo Ettore Scmitz -.

Ambasciatore, il suo libro su Svevo sembra attraversato da una maggiore sensibilità o identificazione con l’uomo ed il letterato di quanto non le fosse capitato con Malaparte.
«Guardi, la ringrazio per questa sua osservazione. Le confesso che con Malaparte alcuni critici avevano parlato del classico equivoco del biografo, ossia del fatto che scrivendo di un uomo così “prosperoso” sotto l’aspetto umano, lo scrittore rischiava di esserne in qualche modo aduggiato, messo in ombra insomma. Certo, con Svevo, che fu un uomo la cui vita ha lasciato ben poche impronte digitali e cioè molto più monotòna, il polso dello scrittore l’ho sentito di più. Ho potuto godermi lo scrittore appieno, senza pensare ad altro. Un regalo».

Le faccio una domanda che probabilmente le hanno posto in molti: come mai ha scritto questa biografia in francese?
«È stata una richiesta dell’editore, Grasset. Siccome Malaparte aveva funzionato, avendolo scritto in francese, Grasset mi ha chiesto una specie di contraltare. Ma io scrivo in italiano, in inglese, in francese. Non è stato nulla di personale, ecco. Il francese consente una pagina più ornata, certo. Se lei confronta le edizioni di Malaparte, quella italiana e quella francese, può vedere a colpo d’occhio come la prima sia molto più asciutta».

Secondo lei la gelosia di Svevo aveva qualche componente particolare?
«Non credo. Sono convinto invece del fatto che – avendo Svevo una suocera molto invadente – ed una usine (fabbrica) in cui era sempre molto controllato (era dei suoceri, infatti), volesse rovesciare sulla moglie un sentimento non tanto di controllo, bensì di possesso esclusivo su di una parte almeno della sua vita. Con la moglie c’era un dialogo solus ad solam, non voleva almeno lì interferenze. Credo che la moglie non fosse poi tanto infastidita dai suoi controlli: anche lei pretendeva da lui – quando viaggiava per lavoro – una lettera al giorno con tutti i suoi spostamenti. Se avessero vissuto ai nostri tempi, con il telefonino gli avrebbe inviato cinquanta sms al giorno».
Italo, un enigma.

di Alberto Pezzini

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