Magazine Mercoledì 4 settembre 2013

Maurizio De Giovanni racconta i suoi Bastardi. L'intervista

Magazine - Maurizio De Giovanni il weekend scorso ha vinto due premi in meno di ventiquattr'ore. Venerdi il Premio Camaiore, e sabato il premio Viareggio Repaci, entrambi con Vipera (Einaudi). Senza contare quelli già vinti. Tra i quali lo Scerbanenco e Corpi Freddi Award.

Le storie intense del commissario Ricciardi e della Napoli anni Trenta, appassionano tutti gli amanti del noir mediterraneo e De Giovanni ha un fan club degno di una rockstar che lo sostiene con passione.

L'ultima sfida dello scrittore ha le fattezze dell'ispettore Lojacono e della Napoli di oggi già protagonisti de Il metodo del coccodrillo (Mondadori). In questa nuova avventura l'Ispettore Lojacono è chiamato, insieme a un gruppo di poliziotti disperati e considerati la feccia della polizia, a sostituire un commissariato chiuso per infiltrazioni camorristiche. Sono i «bastardi». I bastardi di Pizzofalcone (Einaudi Stile Libero Big).
Le storie autentiche, sentite, di una Napoli nera raccontata con la profondità di chi la ama e la vive con struggente passione senza sconti per nessuno.

I bastardi di Pizzofalcone non hanno niente da perdere. Come molti in tempi di crisi. La disperazione di chi non ha nulla da perdere è pericolosa. Cosa ci siamo persi?
«La crisi, nelle grandi metropoli occidentali, ha squarciato il velo su una disperazione sociale che in realtà non aveva cessato di esistere. La coercizione alla spesa imposta dal consumismo non ha fatto altro che produrre una terribile povertà finanziaria, fatta di debiti che non si possono onorare e di impossibilità a rinunciare a un certo livello di comodità; in ambito nero, questo provoca una disperazione non evidente e non prevedibile, figlia dell'esasperato egoismo e dell'assenza di ogni forma di solidarietà. I Bastardi, che hanno in sé il fantasma della solitudine e della diversità, combattono contro questi malesseri e contro i delitti dai quali sono generati».

I suoi romanzi sono stati tradotti in Francia, Spagna, Inghilterra, Russia, Danimarca e Stati Uniti. In quale paese ambienteresti una nuova storia?
«Credo che il nostro genere narrativo, che parte e arriva nella realtà quotidiana, necessiti di una perfetta conoscenza dell'ambiente da parte dello scrittore; quindi mièdifficile pensare di raccontare una storia che non sia napoletana. Devo però dire che la mia recente visita in Argentina, a Buenos Aires per un festival internazionale, mi ha lasciato molto impressionato anche dalla vicinanza di mentalitàe atteggiamento nei confronti dell'esistenza di un popolo cosìgeograficamente distante. Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze».

Napoli oggi. Quale difficoltà a raccontarla? E quale piacere?
«La mia cittàèuna realtà assai complessa. Presenta contesti profondamente differenti, a volte opposti, che condividono praticamente gli stessi spazi, a distanza spesso di meno di un isolato, separate da un vicolo o una strada. Se ciòla rende socialmente difficile, interpretabile solo parzialmente e senza mai giungere a conclusioni definitive, dal punto di vista narrativo vengono offerte allo scrittore delle realtà meravigliose, con contrasti fortissimi e situazioni emotive e passionali eccezionali. Credo di essere uno scrittore davvero fortunato, vivendo in un luogo che per sua natura e da sempre non fa che raccontare storie senza smettere mai».

Napoli e Genova. Due città di mare e portuali. Cos'altro le accomuna?
«Sono due città molto simili, la cui realtàsociale è determinata dal porto e da tutto ciò che comporta un luogo cosìspeciale. Si risolvono in altezza, dal basso verso l'alto, con una gravitàche porta le passioni verso il mare in mille rivoli che sono vicoli e carrugi, luci violente e spietate e ombre di oscurità profonda, dove trovano casa i sentimenti contraddittori, le disperazioni, le vendette. La lettura dei romanzi di Bruno Morchio, a mio modo di vedere tra i più straordinari scrittori italiani, spesso mi riporta ad atmosfere tipiche della mia città; il che mi convince circa le identità sostanziali che i due luoghi mantengono, sia sotto l'aspetto sociale e urbanistico che narrativo».

Parliamo del Premio Bancarella?
«Non è facile discutere di un'esperienza che ha avuto aspetti così contrastanti. Proporre una gara tra testi così profondamente diversi rende difficile comprendere le logiche di una graduatoria che ha lasciato strascichi polemici anche eccessivi, a mio parere. Certo è che siamo stati testimoni impotenti di quali siano i movimenti dell'editoria in questi contesti, e quello che si è costretti a vedere a volte lascia l'amaro in bocca, sia che si vinca sia che si perda. Posso dire, in coscienza, che sono molto contento che sia finita, anche perché comporta uno sforzo fisico in termini promozionali molto rilevante».

di Arianna Destito

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