Magazine Martedì 3 settembre 2013

Come fratelli, il nuovo romanzo di Andrea Carraro

Come fratelli, la copertina del romanzo di Andrea Carraro

Magazine - L’anno della Maturità di Andrea (corrispondente al terzo anno di università di Dario), ci fu per loro un viaggio in Grecia; di quei viaggi alle origini della civiltà, alla scoperta del proprio io nascente, che hanno segnato più di una generazione. Loro lo fecero in quattro, quel viaggio: oltre Andrea c’erano Dario, Manuel (padrone della macchina) e Kater, che non si era portato un solo grammo di fumo, eppure fumava eccome! In realtà fumavano solo lui e Andrea, gli altri due erano contrari. Di lì a qualche tempo cambiarono idea, eccome, ma questo è un altro discorso.

Aveva i soldi contati, il povero Kater, il padre lo teneva a stecchetto perché andava male a scuola. Contraeva debitucci patetici. Chiedeva a tutti sigarette.
Andrea era quello combinato meglio con i soldi, cosa paradossale visto che proveniva, diversamente dagli altri tre, da una famiglia che aveva assai poco da scialare. Insomma partirono da Brindisi, dopo un panoramico viaggio in macchina lungo la dorsale adriatica (provenivano da Rimini), attraverso mezza Italia, e guadarono il Mediterraneo verso Patrasso. Classica nottata sul ponte del piroscafo battuto a tratti dalla pioggia. Una quantità di ragazzi seduti sui sacchi a pelo a sfidare la furia del cielo e le bizze del mare.

Il vento scuoteva teli e cordame. Ogni tre o quattro sacchi a pelo stesi per terra, un mangianastri diffondeva faticosamente le sue note lottando col vento e con la pioggia. Nell’aria c’era odore di nafta e di salsedine e di marijuana. Ciascun gruppo faceva suonare la propria musica: francese, inglese, greca… Un miscuglio etnico-musicale che viaggiava su quel ponte di poppa insieme ai fumi speziati delle canne.
Loro ascoltano Pino Daniele il cui blues napoletano incanta un gruppetto di olandesi che gli si piazzano accanto ad ascoltare. È di Andrea la cassetta, è bianca con le scritte nere, di quelle originali col timbro della casa discografica, l’ha comprata qualche giorno prima di partire, ne è orgogliosissimo. Hanno tutti gli occhi puntati sull’unica ragazza del gruppo – una olandesina con il naso all’insù e i capelli rossi e le tette piccole che s’intuivano sotto un golfetto dolcevita a lana grossa – che prende in mano la custodia della cassetta e la esamina a lungo, mandandogli il cuore a mille.

Però quello che parlava meglio l’inglese non era lui, era Dario, e ne approfittò per attaccare bottone con uno dei suoi argomenti preferiti: la nuova musica napoletana: «Napoli, dear friend, maybe is now the center of the world about music… Trust me. – faceva – Do you know Edoardo Bennato, Pino Daniele, James Senese… Li conoscete? You know?... Anyway we are very happy to know you, you and your friends naturally… We come from Rome, really I come from Salerno, near Napoli, you know?, Napuli o sole
e o mandulino, ah, ah, and you, where do you come, Amsterdam?… How many time will you stay in Greece?».

L’olandesina non fu l’unico acchiappo che fece in quei venti giorni in Grecia. Solo che Dario era, già allora, diverso dagli altri, per lui il rimorchio non doveva necessariamente preludere a qualcosa che andava subito propalato agli amici fra lazzi da caserma. A lui
piaceva conoscere quanta più gente possibile, indifferentemente maschi e femmine. Il carattere di Dario cominciò a profilarsi allora. Passava molte ore assorto e ruminante nei suoi pensieri, ascoltando nelle cuffie la sua musica (Genesis, Velvet Underground, David Bowie, Led Zeppelin, Creedence ecc.), prendendo misteriosi appunti su una piccola agenda, o leggendo qualche rivista musicale. Provavi invano ad attaccare discorso. Poi all’improvviso ti interpellava, di solito verso sera, ricollocandoti nel suo mondo dal quale provvisoriamente ti aveva escluso. E tu segretamente gioivi. Faceva così anche con gli altri. A viverci tutti i giorni non era piacevole come quando lo frequentavi
a Roma. Un’aura di scostante, legnosa impenetrabilità lo avvolgeva per diverse ore del giorno.

Andrea si trovò ad osservarlo con Manuel:
«Non lo hai visto come si assenta?»
«È vero, accidenti!»
«È ciclotimico… Sta male tutto il giorno, poi da quando cala il sole…»
«Per me è semplicemente un po’ stronzo!»
Si andò delineando un asse Andrea-Manuel che si sovrapponeva a quello a cui teneva di più: Andrea-Dario. Dario incespicava nelle parole, ma si lanciava, perdio, non stava lì come un broccolo muto alla maniera sua e degli altri due! Insomma cominciò così la vacanza greca dell’estate del settantotto e decisamente prometteva bene. Si sciropparono un po’ di ruderi in giro per la Grecia, Dario faceva da cicerone, leggendo da quello che restava di una vecchia e sciupata guida del Touring cui mancava la copertina e qualche quinterno di pagine. Ma dei ruderi a quel tempo a nessuno fregava nulla, lo si faceva per una sorta di automatismo quell’itinerario archeologico.

Faceva un caldo della madonna e il sole batteva a martello lungo l’infinita scalinata di accesso al Partenone percorsa da altri turisti sudati e abbrutiti. E poi Dario intenerito da un gattino in mezzo alla conca dei ruderi di qualche altro sito archeologico, Olympia forse, o Methoni sul Peloponneso. Visitavano quei posti col pensiero di buttarsi il più presto possibile in mare, solo così potevi sopportare tutto qual calore. Ricorda il Tempio di Afrodite a Olympia dietro un filo spinato, il Teatro di Epidauro sul cui proscenio era allestito un set di sapore brechtiano con automobili e camion d’epoca nazista… Poi finalmente si passò alle isole dove non erano previsti approfondimenti culturali, ma solo appassionato svago.

Si erano dapprima scelti un’isola poco battuta e poi passarono a Paros che pullulava di discoteche all’aperto sulle terrazze del lungomare. Dormivano in tenda sulla spiaggia o in qualche puzzolente scantinato di paese. Si facevano il bagno di notte tutti vestiti chissà perché. Sulla sabbia spuntavano qua e là ciuffi d’erbacce e spinosi arbusti selvatici. Se stavi a piedi nudi dovevi camminare con cautela. Di giocarci a pallone era un’utopia. Andrea aveva i capelli piuttosto lunghi e li teneva intenzionalmente un po’ disordinati. Talvolta indossava un sombrero di cuoio che si era comprato lì in un mercatino e con i rayban specchiati si sentiva un gran fico. Si fece fare due primi piani, abbigliato a quel modo, che rimasero mitici nel gruppo, se ne fece anche un poster che per un certo periodo stazionò a casa di Dario, dietro una porta.
Poiché il fumo finì presto, bevevano molto, gin-orange perlopiù, facevano rifornimento nella piazzetta del paese. Ma Dario si manteneva moderato nello sballo.
Non aveva bisogno dell’alcol o dell’hascisc per rimorchiare, lui. Dopo pochi giorni conobbe con nonchalance, all’ufficio postale, una ragazzetta greca minuta e tettona, Erifili, che poi frequentava da solo in romantiche passeggiate attorno al porto. Se la faceva in una barca cabinata, un piccolo e malridotto yacht dai vetri azzurrati di proprietà di chissà chi. Gli altri restavamo soli a bere, a parlare ininterrottamente di fica senza neppure annusarla, come si dice, a prendersi per il culo per la loro goffaggine.

Certe volte Erifili si univa al gruppo e faceva di tutto per mettere Dario contro Andrea e viceversa. Desiderava che litigassero. Ma loro riuscirono a non farlo. Era un rituale di corteggiamento. Una sera fra il serio e il faceto la ragazza greca gli chiese se fossero omosessuali.
«Vuole sapere se te lo metto…» cazzeggiava Dario.
«O se te lo metto io, scusa… Sulla direzione non si è espressa…»
«Ah, ah, ah…»
«Anyway... – faceva quella – Don’t try to change subject, please...»
Entrambi risposero di sì, che erano froci, cioè che erano bisex, e per tutta la serata lei gli tenne il muso.

Tanti anni dopo – verso i 35 – Andrea e Valeria ospitarono Erifili a Roma per un mesetto. Lei ora erasposata con uno che l’aveva piantata per rifugiarsi in un monastero sul monte Athos. Non era cambiata affatto né d’aspetto né di modi, adesso si provava invano a farlo bisticciare con la moglie, biasimando il suo maschilismo e mettendosi dalla parte di Valeria in un’ipotetica disputa sul disbrigo delle faccende domestiche.
«Ma Valeria come fai – diceva in un italiano approssimativo ma che ci teneva a esercitare – a sopportare che lui non aiuta per niente e stare seduto a fumare le sue puzzolenti sigarette mentre tu cucinare, apparecchi e fare tutto?…»
«Con lei staresti fresco!» fece Valeria.
«Con me staresti fresco!» ribadì lei pappagallescamente.
Andrea le fece capire che doveva farsi un vagone di cazzi suoi e, siccome le stava a cuore quella sistemazione, evitò di tornare sull’argomento, almeno davanti a lui. Chissà se anche stavolta lo corteggiava segretamente!?

A Naxos ci fu un piccolo rimorchio anche per lui, una nudista ligure, che si concluse in un ennesimo fiasco: ma si guardò bene dal dirlo agli altri. Lui era il bello del gruppo, ma non si sentiva tale (quel periodo era una parentesi in un giro di anni grigi dominati da un’accidiosa depressione che lo isolava dal mondo) si vedeva carico di difetti. Dario non aveva il problema di sentirsi bello perché non lo era affatto e lo sapeva.
Però era straordinariamente fascinoso, seduttivo, anche questo sapeva, sia che parlasse in italiano sia che sgranasse il suo scarno frasario in inglese. Aveva un sorriso che ti catturava, ti faceva sentire più autorevole e interessante di quello che eri, Manuel era un bonaccione un po’ cialtronesco, Kater non pensava che a risparmiare e veniva messo in mezzo.
Dario gli piazzò ad arte il registratore sotto al letto e lo registrò per 45 minuti – un’intera facciata della cassetta – occupati dalle sue domande insinuanti e dai suoi notturni vaneggiamenti sessuali. Ogni giorno, nei momenti e nei luoghi più impensati, anche in mezzo al mare sul legno scrostato di un barchino, quell’aggeggio cominciava a diffondere le stronzate erotiche di Kater:

«A che pensi Kater?...»
«Penso a una grossa ficona bagnata dove le mie dita stanno sguazzando, ciac ciac… Si chiama Luana, fa le pulizie al piano di sotto di casa mia…»
«Luana, passera lontana!» s’intrometteva sghignazzando qualcuno di loro. E lui continuava, fra le risa, impassibile: «Adesso la sto leccando e sa di mare, di scoglio, di spaghetti con le vongole, uhmmm, con le mani le accarezzo le chiappe, certe chiappone toste, dovreste vederle, anche un filo di cellulite, le infilo un dito nel culo e, uhmmm»
«Ma ti stai facendo una sega brutto porco!?…»
E lui ti tampinava per sequestrarti la cassetta. Ma non fece in tempo a distruggerla, quella cassetta, che tornò nelle loro mani e, dopo la vacanza, fu ascoltatissima da tutto il gruppo del Paris.

Le albe e i tramonti in quel mare erano prodigiosi, streganti, pareva di stare nei libri di storia, di abitare un mito, di quelli che avevi malamente appreso sui testi di scuola, anche se restava sempre addosso quella sensazione di selvatica sporcizia che ti dava il sale. Che spiagge desolate, che bagliori accecanti, che scorci mirabili fra casette calcinate e isolate piante di agave e cactus, che meraviglioso senso di libertà spalmato su tutte le cose, sulle facce delle persone, sul bianco delle case, sull’azzurro del mare!
Dario stava bene, però aveva in testa sempre la sua terra, la sua costa salernitana, il suo mare che, non senza spudoratezza, tendeva a comparare a quello greco. Gli altri lo sfottevano per questo, lo chiamavamo Terrone Salernitano, o semplicemente Terra, gli dicevamo che il suo mare era una merda al confronto di questo e che la finisse di fare il coglione italiota che va all’estero sognando spaghetti e caffè.

Un giorno Dario camminando sul breve lungoporto inaspettatamente disse, con la faccia ispirata che soleva a volte prendere:
«Ragazzi, questo è un viaggio iniziatico»
«Ma iniziatico di cosa? Ma che te sei fumato?».
Aveva ragione, ma lo capirono anni dopo. C’era l’occulta persuasione che quei primi vagiti da uomini liberi li avrebbero accompagnati fino alla morte. E infatti quel fiasco c’è l’ha ancora infilzato nella memoria. È divenuto un parametro per valutare i suoi insuccessi nella vita. Anni dopo confessò il fiasco a Dario e lui alzò le spalle come se gli avesse detto una cosa di poco conto. Un mattino, uno degli ultimi della vacanza, in un baretto del paese, gli cadde l’occhio su un giornale italiano attaccato al muro che annunciava il rapimento dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Br. Lo avevano conservato, in quel baretto greco, chissà perché. Quel fatto avvenuto pochi mesi prima aveva suscitato rari scambi di battute. Il loro disimpegno era quasi totale a quel tempo. E Dario, nonostante qualche lettura occasionale, non costituiva un’eccezione.

di Andrea Carraro

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