Magazine Domenica 18 agosto 2013

L'anello, mistero e simbolo d'amore

© FotoRita [Allstar maniac] / Flickr.com

Magazine - Siamo sedute sul divano, Ilaria ed io, trascorriamo dolcemente questa lunga serata.
Parliamo sottovoce della bellezza ineguagliabile di chi, in amore, si unisce senza soffocarsi, e poi negli anni continua a scegliersi. Ci abbracciamo, dopo un po' prende la mia mano sinistra fra le sue, sfiora il mio anulare.
«Hai mai raccontato a qualcuno del tuo anello?»
Siamo al buio, non mi vede sorridere, così posso prenderla un po' in giro senza che lo avverta.
«No. Ma, in fondo, cosa c'è da dire? Potrei toglierlo in qualsiasi momento!»
«Vorresti toglierlo? Ma non lo hai mai abbandonato finora».

Ilaria pensa che il legame fra me e l'anello sia di tipo familiare, perché apparteneva a mia zia. Ma quest'ultima utilizzava i suoi gioielli in modo impersonale, distaccato. Sento un ricordo molto più forte con i foglietti delle sue ricette e una vecchissima cassetta con la voce registrata. E soprattutto provo un forte attaccamento  perché è stata la madre pur aspra e inflessibile di una cugina che per anni rappresentò quasi il simbolo della mia vita.
L'anello però nasconde una sua storia, più sottile, profonda. Anni fa rivendetti quel poco oro che possedevo, per sanare situazioni difficili. Salvai il piccolo gioiello solo perché ne avrei ricavato poco. A quell'epoca lo tenevo, davvero, solo per abitudine.
Ma poi arrivarono anni finanziariamente più disperati, mi sarei aggrappata a qualsiasi appiglio, e anche il poco diventava vitale. La prima volta che tentai di sfilarlo ero a casa di mia mamma.

Anticipando ogni mia possibile mossa, inconsapevolmente, mi prese la mano e lo guardò. «È ancora bello» disse semplicemente. Frase che risultò sufficiente a farmi distogliere dal proposito, momentaneamente. Anche la seconda volta che provai a togliermelo ero da mia mamma. E facevo con lei una sorta di gioco, con la morte nell'anima, solo per non farla preoccupare per la mia sorte che sapeva essere difficile. Entravo correndo in camera sua, come arrivassi da chissà quale terra lontana, per andarla ad abbracciare. Anche in quella occasione mi prese la mano. Chiese: «Ci sono ancora tutte le perline, sì vero?». Le perline sì. Era l'anello nella sua interezza che stava per sparire.
Pure in quella circostanza, però, mi frenai.

Poi fu la volta di Ilaria. Cominciò a sfiorarlo, coccolarlo. Più lo toccava, maggiormente la frase «Se fa così non posso venderlo» si trasformava in «Non voglio privarmene». Sono anni che lo accarezza perché pensa sia così importante, in virtù del suo passato. Invece è così importante perché lo accarezza lei, in virtù del nostro presente. Non sopporta che possa rinunciare a qualcosa che possiedo, o solo pensare di farlo perché qualcuno mi chiede dei soldi. Per questo non conosce questa storia. Le spiego quindi che poco fa ho scherzato, non intendo togliermi nulla. E come potrei? Ormai lei mi ha legato l'anello alla mano, alla pelle, ed io lo vivo come fosse una vera, anche se Ilaria non ne ha uno uguale, anche se non possiamo sposarci ufficialmente.

È il simbolo di questo nostro divertente, faticoso, creativo, meraviglioso matrimonio.
Però è arrivato il momento che anche lei conosca ciò che l'anello nasconde. Glielo svelerò, fra qualche minuto. Per ora restiamo in silenzio. Mentre ci abbracciamo, danziamo. Noi danziamo spesso e male. Soprattutto io, devo ammettere. Ma è un ballo dedicato a chi, come noi, e come le persone che abitano il podio del nostro cuore, continuano a scegliersi.

di Chiara Sumuels

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