Magazine Mercoledì 21 agosto 2013

«Non sopporto più mia cognata» Lo psicologo risponde

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Magazine - Buongiorno dottore,
le scrivo perchè sono arrivata ad un punto di rottura. Sono 12 anni che mia cognata detta legge a casa del fratello di mio marito, anni che la sua famiglia mi chiede per favore (tu che sei brava) di sopportare e chiedere scusa di cose che nemmeno faccio.... anni che rimugino dentro tutto il veleno che vorrei sputarle in faccia ma non posso (con conseguenti attacchi di panico). Ora aspetto il mio secondo figlio (ho già una bimba di 3 anni) e solo il pensiero che possano essere messi in mezzo a tutto questo schifo mi sta facendo ammalare....voglio chiudere con quella donna....chiudere con tutti quelli che mi costringeranno ancora a sopportare una sola parola...un'altra umiliazione ecc....la voglio fuori dalla nostra vita.

Mio marito prende la cosa troppo alla leggera (lui è dipendente nell'azienda del fratello e anche per questo sono sempre stata zitta) ma questa volta è con me... Anche perché sono arrivata a minacciare il divorzio....e dire che lo amo davvero tanto. Vorrei chiudere ma ho paura.... ho paura delle conseguenze sul lavoro di mio marito... ho paura che un giorno i miei figli possano incolpare me di aver distrutto i loro rapporti con zii e cugini...ho paura di mettere il mio orgoglio in gioco e a volte penso che per il bene di tutti dovrei continuare solo a sopportare. Ma non ce la faccio più... Non ne ho più la forza. Vorrei solo vivere la mia vita senza che lei me la distrugga. La prego....mi dia un consiglio....mi aiuti a capire.....mi aiuti per favore. 

Un caro saluto,

Sara

Buongiorno Sara,
lei dice che è arrivata al punto di rottura e questo significa che non ci sono più spazi di manovra. Dunque chiuda! Sbatta la porta! Mandi tutti a quel paese! Faccia una piazzata e si mangi tutti quelli che osano mettersi di mezzo!

Perché se è giunta al punto di rottura è inevitabile che qualcosa si rompa. E cosi posso anche capire che lei, dopo aver incassato per 12 anni ( ma chissà perché ha scelto di fare così) ora senta una certa paura nel rompere con sua cognata. Ma, a questo punto, tra le tante cose che si possono rompere credo che, ora, quella che, assolutamente, non si deve rompere, è proprio se stessa ed il futuro bambino che è in lei. Che non può certo nascere trovandosi già da subito in una brutta situazione familiare. E dunque fuoco alle polveri e tiri fuori tutto quello che non ha tirato fuori in questi lunghi dodici anni. Se, davvero, è giunta a questo punto.

Se, invece, era un modo di dire, e sente che ci sono ancora dei margini di tolleranza, allora il discorso cambia .

Cambia davvero tutto, e diventa meno traumatico. In realtà, per cambiare le cose basta poco, si continua a sorridere e si incomincia a smettere di essere compiacenti. Con la bocca si dice: «si certo» ma, nei fatti, si smette di subire, si può anche accettare di prendersi le colpe ma non si fa piu nulla per rimediare, anzi si chiede aiuto. E tutto questo, sebbene, sia un grande cambiamento, non è nè traumatico nè catastrofico.

Forse ci vuole più diplomazia, più ipocrisia sociale e più flessibilità. Si sorride e si smette di fare favori. Ci si lamenta di più ed invece di andare incontro alle esigenze dell'odiata cognata si incomincia a chiedere favori e ci si lagna di non averne ricevuti abbastanza. Sì, immagino che non sia nel suo stile ma sa come si dice? Far di necessità virtù? Potrebbe essere uno sforzo, ma non rischierebbe plateali e traumatiche rotture. E non è una mia idea, mi sono permesso di parafrasare il grande P. Watzlawitck quando scrive «se obedece ma no se cumple» ovvero... si ubbidisce (si dice di sì)... ma non lo si compie ( non lo si fa)!!!

Può sembrare poco etico ma le ricordo che lei lo farebbe solo come autodifesa. Lo farebbe per impedire agli altri di vessarla ingiustamente. E lo farebbe per far nascere suo figlio in un mondo più  equo.

Buona fortuna.

Saluti

di Marco Ventura

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