Magazine Martedì 30 luglio 2013

Michele Giuttari, dal mostro di Firenze ai bestseller

Michele Giuttari

Magazine - È diventato scrittore per sfuggire alla rabbia di un trasferimento ingiusto che gli stava avvelenando le giornate. Lui che amava il suo lavoro come pochi.
È un investigatore nato, di quelli che sono capaci di notare un particolare dentro mille pagine anche se infinitesimo ed a cui nessuno aveva riconosciuto dignità.
Per questo motivo Pier Luigi Vigna, Procuratore Capo di Firenze, gli aveva assegnato l’incarico di rivedere da capo l’inchiesta sul Mostro di Firenze.

E lui l’aveva fatto, Michele Giuttari,scoprendo la linea invisibile dei mandanti, una specie di secondo livello che nessuno aveva pensato esistesse.
Tutti si erano sempre arresi davanti al confine assai comodo, in verità, del mostro seriale ma isolato. Invece, dietro quei delitti sanguinari e perversi che avevano insanguinato le campagne toscane, si celava una loggia tra il massonico ed il debosciato, fatta di intoccabili, a cui il sesso che fa a pezzettini le donne mentre copulano faceva gola a perdifiato.

Michele Giuttari – a cui si deve la condanna definitiva in Cassazione dei compagni di merende di Pietro Pacciani il quale morirà prima di essere processato nuovamente dopo un’assoluzione – è stato Capo della Squadra Mobile di Firenze e nonostante i suoi eccezionali meriti non è stato mai promosso a Questore perché il Capo della Polizia ritenne che l’indagine da lui condotta si fosse incentrata soltanto su di un pentito.

In altre parole Giuttari non avrebbe fatto granchè e si sarebbe servito di una voce profonda che avrebbe fatto il lavoro sporco, il sale boulot.
L’ultima parola l’ha avuta il Consiglio di Stato – a cui Giuttari dovette ricorrere per ben due volte – il quale sancì il suo diritto pieno ad essere promosso Questore nonché la reale ed effettiva eccezionalità dei suoi meriti investigativi.

Come dicevamo, Giuttari, quando dovette affrontare la sua personale battaglia all’interno dell’Amministrazione, si chiuse in casa nel 2004. Ne uscì Scarabeo, un giallo con protagonista il Commissario Michele Ferrara, Capo anche lui della Squadra Mobile di Firenze, il quale scosse dalle fondamenta la giallistica italiana e di lì a poco quella internazionale.

Il personaggio creato da Giuttari è venuto da sé, dice lui. «Non ho dovuto cercare lontano. Parlavo sostanzialmente di me stesso».
A quel commissario da libro Giuttari dona tutti i suoi lati, le sue manie, le sue affezioni più gelose. Ha anche lui una moglie tedesca, come nella realtà, amorevolissima e di cui è innamorato come dal primo giorno. Tanto da dedicarle anche l’ultimo libro, Il cuore oscuro di Firenze (Rizzoli, pagg. 466, euro 15,00).

È forse il libro più adrenalinico, ad alta tensione che Giuttari abbia scritto dopo Scarabeo. Di certo la storia è anche l’epilogo che il poliziotto avrebbe desiderato vedere in controluce nella sua personale indagine condotta nella realtà e che si traduce – sulla carta – nell’annientamento della loggia che tirava i fili dei maniaci, quelli che facevano merende e poi ammazzavano le coppie in amore.

Si sarebbe aspettato di diventare uno scrittore così famoso?
«No, per niente. Oggi sono uno degli autori che vende di più nel Regno Unito. Anzi sono il terzo scrittore tradotto più venduto. Devo dire che la scrittura era un mio pallino fin da ragazzino. Quando come poliziotto ho dovuto affrontare la tempesta, mi è stata di grandissimo aiuto. È stata terapeutica. Pensi che i miei libri (sto già scrivendo il tredicesimo) li scrivevo praticamente di notte, dopo le ore dell’ufficio. Anche se andavo a letto molto tardi, la scrittura aveva la capacità di rilassarmi tantissimo. Al mattino, per quante poche ore dormissi, mi alzavo rinfrancato. Oggi, (è in congedo e potrebbe rientrare in Polizia quando vuole, ma sta aspettando un colloquio riservato con il Ministro degli Interni, NdR), la mia vita anzi il mio modo di vivere è cambiato. Vado a letto presto la sera e quindi scrivo per di più al mattino».

Lei è diventato oggi anche un consulente televisivo di misteri irrisolti. Cosa pensa della prova scientifica che va di moda in questi tempi?
«Resto dell’idea che non sia determinante. Pensi al delitto di paradigmatico di Amanda Knox. C’è qualcosa che non quadra. Pensiamo che Dna ed altre prove scientifiche abbiano la capacità di risolvere i casi giudiziari senza sudore. Non è così. L’investigazione pura resta per me l’asse intorno al quale annodare i fili di un’indagine. Dove non c’è sudore investigativo, non c’è una soluzione capace di reggere.
Il suo Commissario Ferrara vive a Firenze, ha una moglie amorevole, Petra, che fa il giardinaggio sopra un bell’attico e che gli prepara colazioni magnifiche soprattutto da mangiare durante l’estate. Ferrara ama rilassarsi fumando un sigaro Antico Toscano e bevendo un bicchiere di Slyrs, un whisky che viene prodotto in Germania sfruttando l’acqua di un lago dalle qualità organolettiche uniche nel suo genere. “Un’accoppiata straordinaria a suo giudizio. Come quella tra vino rosso e sigaro"».
E come quella tra una vita da poliziotto ed una da scrittore di best seller.

di Alberto Pezzini

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