Concerti Magazine Venerdì 26 luglio 2013

Mick Jagger, settant'anni da rockstar

Mick Jagger, settant'anni da rockstar

Oggi, venerdì 26 luglio 2013, Mick Jagger compie settant'anni.
Per celebrare al meglio la rockstar più famosa della storia del rock vi proponiamo un estratto da Essere Mick Jagger. Settant'anni da rockstar (Imprimatur, 2013, 174 pp., 13.50 Eur), la biografia del Rolling Stones scritta da Bobbie Cricket. Che degli Stones è stata una groupie.

Magazine - «Quando avrò trentatré anni, mi ritirerò. Quello è il momento in cui un uomo deve fare qualcos’altro. Non saprei dire esattamente cosa... ma non sarà più nel mondo dello spettacolo. Non potrei sopportare di finire come Elvis Presley a cantare a Las Vegas davanti a tutte quelle casalinghe e vecchie dame con le loro borsette. Sarebbe tremendo».

Se glielo avessero detto cinquant’anni fa, probabilmente sarebbe stato il primo a non crederci. Lui che, anche dopo la prima formazione degli Stones, quando già condivideva un appartamento lurido e angusto con l’amico-nemico di sempre Keith, continuava a seguire i corsi della London School of economics, preparandosi a un futuro da affermato libero professionista o da uomo d’affari. Lui che, qualche anno dopo, avrebbe sostenuto «preferirei morire piuttosto che cantare ancora Satisfaction a trentacinque anni».
Eppure, a settant’anni suonati, Jagger è ancora il più straordinario animale da palcoscenico che il rock abbia conosciuto. E questa è la sua storia.

Tutto cominciò a Dartford, un piccolo centro del Kent duecento chilometri a est di Londra (vicino alla ben più nota Canterbury) pesantemente bombardata dalla Lutwaffe di Hitler durante la seconda guerra mondiale. I suoi abitanti hanno una pronuncia piuttosto diversa da quella londinese, il cui tratto distintivo è una tipica arrotazione della r, capace però di variare di città in città.
Qui Eva Ensley Mary, una parrucchiera e attivista in politica che durante l’infanzia si era trasferita con la sua famiglia in Australia e lì aveva vissuto per alcuni anni, si era sposata il 7 dicembre 1940, all’età di ventisei anni, con Basil Fanshawe “Joe” Jagger, un rigido insegnante di educazione fisica tra gli inglesi più esperti nell’americano sport del basket: Joe, all’epoca, rappresentava il classico “buon partito”.

Il 26 luglio 1943 Eva diede alla luce il primo dei suoi due figli, il piccolo Michael Phillip Jagger. Il loro secondo figlio, Chris, nascerà nel 1947 a guerra ultimata, ma, a differenza del primogenito, seguirà le orme del padre diventando un insegnante.

I Jagger erano una famiglia modello: un padre sportivo, una madre ben inserita nella vita sociale. Una coppia felice, tranquilla, normale, che viveva in una casa bifamiliare a due piani al numero 39 di Denver Road. Mick dichiarò in seguito che poiché sua madre apparteneva alla classe operaia e suo padre a quella borghese, lui non faceva parte né dell’una né dell’altra. Ma il desiderio di scalata sociale fu una delle poche caratteristiche della madre che il giovane Jagger acquisì.

Nello stesso quartiere, a pochi isolati di distanza e solo cinque mesi dopo – il 18 dicembre 1943 – in una famiglia ben più modesta sarebbe nato un bambino che avrebbe profondamente segnato l’esistenza del piccolo Michael: un bambino battezzato con il nome di Keith Richards.
La madre era una rappresentante di lavatrici e il padre un ingegnere elettrotecnico, secondo il suo stesso figlio «l’uomo con meno ambizioni al mondo».

I due si incontreranno per la prima volta all’età di otto anni, frequentando la Wentworth Country Primary School di Dartford: un giorno, mentre giocavano nel cortile durante l’intervallo, Keith confidò a Mick che da grande avrebbe voluto fare il cowboy come Roy Rogers e suonare la chitarra. Mike, così lo chiamavano all’epoca genitori e compagni, rimase molto impressionato da questa immagine, al punto da ricordarla negli anni. Ma, per il momento, la cosa non diede l’avvio al loro rapporto. Anzi, i due si persero di vista per un po’.

Il piccolo Michael era un ragazzino paffutello, bravo in tutte le materie e incline agli sport, anche se in questo era notevolmente influenzato dalle ambizioni che il padre nutriva nei suoi confronti. Mostrò da subito un interesse per la musica e un bisogno sfrenato di essere sempre al centro dell’attenzione, cosa che otteneva ballando e ruotando i fianchi nel suo salotto, mentre la radio trasmetteva le frequenze jazz di Radio Luxembourg.

Fu durante l’adolescenza che cominciò a trasformarsi in un ragazzino magro e agitato, con delle labbra grosse e turgide che era impossibile non notare e che gli attirarono le prese in giro di molti compagni di scuola. Nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che quel bambino scomposto e decisamente bruttino sarebbe potuto diventare un sex simbol, oltre che la rock star più acclamata di sempre.

Quando Mike aveva undici anni la sua famiglia si trasferì nella vicina Wilmington, in una casa con giardino dove il padre Joe poteva farlo allenare con gli attrezzi ginnici a sua disposizione. Mike era molto accondiscendente, disponibile e vicino alla madre anche durante le faccende domestiche: no, decisamente non era un ribelle.
La sua costanza lo portò a essere ammesso alla Dartford Grammar School, riservata solo agli studenti più promettenti, anche se non eccelleva nelle materie scientifiche.

[...] A quell’epoca, ricordano i suoi insegnanti, cercava di essere utile a tutti e otteneva con facilità risultati superiori alla media. Mike, però, riusciva anche a trovare il tempo di
interessarsi alle mode musicali del momento, caratterizzato dalla comparsa in scena dell’ancheggiante Elvis Presley. Ma erano altri i frontmen capaci di catturarlo più di tutti gli altri: Buddy Holly, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Chuck Berry, Little Richard. In una parola, il blues, che secondo suo padre non era altro che “musica da Savana”. Proprio quello di Buddy Holly al cinema Granada di Woolwich fu il primo concerto rock cui Mike assistette, e fu lì che riuscì anche ad ascoltare il suo brano preferito, che all’epoca non avrebbe mai immaginato di incidere con una band: Not Fade Away.

[...] Nonostante il suo abbigliamento eccentrico, nel 1962, terminati gli studi superiori, la sua scuola fornì a Mike una lettera di presentazione che gli concesse di entrare nella prestigiosa London School of Economics: il giovane Jagger in questo modo si avviava a diventare un libero professionista o un uomo d’affari: «Volevo intraprendere studi umanistici, ma pensavo che avrei dovuto dedicarmi a studi scientifici. L’economia, in qualche modo, mi sembrava a metà strada fra i due ambiti» ebbe a dichiarare in seguito.

Ricevette una borsa di studio da trecentocinquanta sterline dalla contea del Kent, ma prima dell’inizio della sessione decise comunque di trovarsi un lavoretto estivo. Fu così che passò l’estate a fare il portantino in un ospedale psichiatrico, e fu così che perse la verginità con un’infermiera di origini italiane che lo trascinò a forza in un magazzino dell’ospedale. Stando alle testimonianze del tempo, infatti, Mike era piuttosto impacciato con le ragazze, ed era ben lontano da quell’esuberanza sessuale che ne avrebbe caratterizzato i giorni a venire, e che avrebbe fatto contare al suo “attivo” più di quattromila donne. Almeno stando a quanto di lui si dice.

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