Magazine Sabato 1 giugno 2002

60 watt (parte III)



«Ci sei ancora? Sì, tu seduta sul portone, a piedi scalzi, ci sei ancora?»
L’altoparlante del portone in via Luccoli gracchiava ciò che Cosimo diceva parecchi piani più su.
«Dici a me?... Ma che vuoi? chi sei?» Giusy non rispose subito, stava ancora seduta lì su quel freddo gradino di marmo con il suo tailleur verde acqua e le scarpe in mano. Se le era tolte di nuovo dopo aver baciato Cosimo.
«Sono quel ragazzo di prima, quello che hai voluto ti baciasse, quello che non trovava le chiavi».
«Ebbè? Che vuoi?»
«Ti va di salire su? Ti va di mangiare qualcosa?»
Giusy non rispose subito. Pensò all’ennesima presa in giro, pensò all’ennesima storia di letto e al solito “ci sentiamo... ti chiamo io” detto dal solito stronzo di turno.
«Ce l’hai il tonno? Voglio la pasta al tonno!»
«Certo, ce l’ho, metto l’acqua a bollire. Sono al quarto piano. 4f. Non ti sbagli, sali sempre fino al 4° e poi volta a destra e poi a sinistra e scendi le scale di ardesia con la ringhiera di ferro».
Giusy si mise le scarpe e salì su per la scala. Ci mise un po’, ma Cosimo decise di non andarle incontro, non poteva sapere se aveva accettato il suo invito o no. Poi sentì la porta aprirsi con quel solito scricchiolio che Erica usava come saluto, nei giorni di pioggia, quando la porta si gonfiava e raschiava per terra.
«Ciao, siediti. La pasta la butto tra un po’. Ti piace l’aglio nel sugo al tonno?»
«Sì, sì, fai pure, con la fame che ho potrei mangiare una balena».
Cosimo la guardò meglio. Non era bella. La 60 watt della cucina rendeva il suo viso ancora più rotondo di quello che sembrava, i suoi occhi ancora più scavati, i capelli cortissimi e scuri, pel di topo.
«Come ti chiami?»
«E tu?»
«Non si risponde ad una domanda con una domanda. Mi chiamo Cosimo».
«Ah! Bel nome! Un po’ raro, come quello che si era arrampicato sugli alberi in quel libro di Calvino... del resto anche tu vivi sugli alberi... basta vedere dove abiti... quelle scale sono terribili! Il Barone Rampante! Ti piace? L’avrò letto tre volte».
«Bevi qualcosa?»
«Un po’ d’acqua».
«Tieni» le porse uno di quei bicchieri della Nutella, quello col segno zodiacale dei pesci, colmo colmo. Voleva che fosse più impegnata a bere che a parlare.
«Comunque io ogni tanto dagli alberi scendo» le disse. «E perché? Dove vai? Che fai nella vita?»
«Studio lettere, qui a Genova».
«Ah, io ho finito di studiare. Sono di Massa. Faccio la postina».
Ora che glielo aveva detto, Cosimo notava nella parlata di quella ragazza un che di toscano, non proprio la solita gorgia, che da quelle parti si sente un po’ meno, ma un che di sicurezza nella parlata, una certezza di saper pescare le parole giuste al momento giusto, come ce l’hanno solo i toscani.
«E ti piace?»
«Che cosa?»
«Quello che studi. Molti fanno Lettere solo per dire di fare qualcosa o perché gli esami sono più facili o perché credono di diventare scrittori o perché sono coglioni qualunque che non sanno come spendere i soldi del papà dopo il liceo».
«Calma, calma... non sono uno di quelli lì che dici tu, studio la letteratura perché mi piace e basta. Ma tu? non mi hai ancora detto come ti chiami».
«Giusy. Dai... dillo su!... “Giusy per che cosa sta?” Giusy sta per Giuseppina, mio padre è un appassionato di Napoleone e così io mi chiamo Giusy e mia sorella Elba. Ecco che cosa fanno quelli che studiano: mettono dei nomi cretini ai propri figli».
«Beh, porti il nome di un’imperatrice no? Vuoi mettere un’imperatrice con uno che vive sugli alberi? Il sugo è pronto».
«Ma perché mi hai fatto salire quassù?»
«E perché tu hai voluto un bacio da me?»
«Perché l’hai detto tu, un bacio non si nega a nessuno no?» così dicendo si avvicinò a Cosimo e gli diede un altro bacio sulla guancia proprio mentre lui stava assaggiando la pasta.
Cosimo si accorse che il trucco sugli occhi di Giusy cominciava a disfarsi per il vapore dell’acqua in ebollizione e decise di scolare la pasta. Mangiarono quella pasta al tonno con molto appetito, Giusy ne prese due volte, e fece pure scarpetta.
«Ma quella tua amica... Caterina? Non l’hai più trovata? Esiste o era solo una tua tattica per rompere il ghiaccio?»
«No, no, esiste, esiste. S’è sposata oggi, anzi si sposava stasera. Io e il mio ragazzo Paolo eravamo venuti alla festa ma abbiamo litigato e lui m’ha piantata sul tuo portone, quel bastardo!»
«Magari adesso ti sta cercando. Hai provato a chiamarlo? Sai dov’è la festa?»
«Non so niente. So che Caterina abita in via Luccoli, ma non so dove e non conosco Genova. Adesso piove pure, guarda fuori».

di Donald Datti

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