Magazine Sabato 1 giugno 2002

60 watt (parte II)



Continuò a pensare a lei per tutte le scale che portavano al suo piccolo appartamento. Un palazzo signorile del 1600. Nell’androne una colonna in marmo di Carrara incuteva un religioso rispetto, affiancata da un altarino di cassette della posta. Saliva e saliva, con in mano le chiavi e in testa quei capelli cortissimi che aveva visto di Giusy. Lentamente il ricordo di lei, la sua voce, la sua figura, sparivano, restava solo quella sorta di lucida disperazione che l’aveva portata a quella richiesta assurda con una lucidità impressionante, come i suoi occhi neri e tondi.
Casa di Cosimo era quasi in cima, un piano ammezzato raggiungibile solo dai cacciatori di anime, quelli del censimento, solo da loro, perché pure i testimoni di Geova si fermavano al pianerottolo prima.
Per arrivare alla sua porta Cosimo prima saliva le scale di marmo, apriva un portone pesantissimo e poi scendeva scalini di ardesia, abbassava la testa per non tirare una capocciata ed era arrivato. Tutto vero, anche se sembra uno di quei dipinti psichedelici di Escher. Fece per aprire la porta quasi infastidito che nessuno in casa, avendo lui citofonato, gli avesse aperto prima. Inserì la chiave e s’accorse che la porta era chiusa, a tripla mandata, che in casa non c’era nessuno. Entrò, posò il suo zaino sul letto, vide un biglietto sulla scrivania:
“ Tu parli molto ma agisci poco. Scusa se in tutto questo tempo non te l’avevo detto ma il rispetto che avevo per te mi chiudeva la bocca. Sei un debole, guarda negli occhi le persone quando ci parli. Mi fai schifo. Addio. Per le bollette ti lascio i soldi nel cassetto.
Erica”

La luce gialla della 60 watt accesa in quella stanza proiettava l’ombra di Cosimo dappertutto: sul sofà, sulle volte di quella piccola casa, sui libri di studio, pure fuori dalla finestra. Sulla parete del palazzo vicino si vedeva la sua figura, lui con quel piccolo post-it in mano, fermo, immobile.
Erica era la sua coinquilina da un annetto circa. Una volta si era presentata per vedere la casa, disse di aver letto l’annuncio in facoltà e di essere arrivata fin lassù da sola perché un amico gli aveva spiegato come fare. Da quel momento per quasi tutti i giorni della settimana non se n’era più andata, c’era sempre, rispondeva sempre lei al citofono. La conosceva da poco ma sentiva di avere molte affinità con lei, anche se aveva paura del suo profilo tagliente, nascosto dietro una fragilità impressionante. Erica era dolcissima e affilata nello stesso istante, dava l’impressione di spezzarsi da un momento all’altro ma poi reggeva bene a tutti i cortocircuiti della sua vita. Non era bella. E neppure brutta. Anzi non lo era sempre, sapeva essere donna fino in fondo e sapeva guardarti facendoti capire tutto, senza parlare. Con lei poi si parlava bene, la notte, prima di chiudere gli occhi, le coperte fin sopra il naso, mentre fuori, a Genova, diluviava. Quel biglietto? Che voleva dire? Perché quel lunedì sera di aprile Erica aveva portato via tutte le sue cose e aveva scritto quelle parole?
Non c’era più nulla di lei, il suo profumo, la sua giacca appesa al muro, i libri che leggeva prima di dormire, le sigarette spente nel posacenere. La solitudine e basta.
Lentamente la figura sul muro del palazzo cominciò a piegarsi, ad abbassarsi. Cosimo si sedette sul sofà, con quel pezzo di carta in mano, pesante.

di Donald Datti

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