Magazine Sabato 1 giugno 2002

60 watt

Magazine - Giusy? Giusy Cosimo la trovò tornando a casa una sera di aprile, seduta sullo scalino del suo portone.
«Scusa è questa via Luccoli?» gli chiese sorridendo e dondolando una scarpa elegante sul dito indice.
Era sola, scalza, ma scalza in un modo disperato, come di chi si toglie le scarpe perché non vuole più camminare, perché non ne può più.
«Sì, questa è via Luccoli».
«Conosci una certa Caterina che abita in via Luccoli?»
«Chi? Caterina? No. Mi dispiace. Ma abita in questo palazzo?»
«Non lo so. So solo che abita in via Luccoli».
Cosimo aveva la mano in tasca, cercava le chiavi, quella conversazione improvvisa non se l’aspettava proprio, così non riusciva a trovarle. Poi eccole. Tra scontrini e fazzoletti ecco il bagliore freddo delle chiavi.
«Ma tu abiti qui?».
«Sì» ora il problema era trovare la chiave del portone.
«E quanti anni hai?»
Non ricordava. Cosimo non ricordava quale fosse la chiave del suo portone. Forse era quella bordata di verde, forse quella gialla un po’ più corta di quell’altra, sempre gialla, del cancelletto dell’entrata.
«Ne ho ventisette». Decise di provare la verde e subito dopo quella gialla corta, in ultimo quella gialla lunga.
«Ventisette! Allora potremmo uscire insieme! Ce l’hai la ragazza?»
Giusy aveva i capelli cortissimi, taglio militaresco, la testa rotonda con due occhi quasi neri abbandonati su un viso da bambina.
«No. Non ho la ragazza ma non posso uscire con te stasera. Devo prima riuscire ad entrare in casa mia».
La chiave bordata di verde entra e non gira, quella gialla non entra, quella lunga decide di non provarla nemmeno. Ora che c’era si ricordava della leggera pressione verso l’alto che c’era da fare per aprire il portone. Ma quella sera non funzionava niente.
«Ho capito... tu non esci con gli sgorbi».
«Ma no...».
Non trovando le chiavi decise di citofonare. Ma qual era il suo citofono? Scala A o B? La sua mente si rifiutava di leggere tutti quei cognomi. Ne provò due. Al primo sembrò non rispondere nessuno al secondo rispose una voce di donna.
«Sono io! Mi apri per favore?» l’elettromagnete del portone rispose di sì.
«Ma un bacio me lo dai almeno?»
«Sì, un bacio non lo si nega a nessuno» stampò un bacio sull’indice della mano e gli diede il volo, dirigendolo verso di lei.
«No!No! Lo voglio sulla guancia! Qui! Proprio qui!» rispose Giusy indicando il punto esatto, al centro della sua guancia paffutella e incipriata, coperta da una pelle liscia e tesa, il colore olivastro. Era ben vestita Giusy. Aveva un tailleur verde acqua, una camicetta bianca con il pizzo, calze di colore chiaro e scarpette con il tacco. Sedeva su quello scalino freddo con le cosce chiuse e i piedi rivolti all’esterno. Lo scalino era basso, non poteva distendere le gambe, si puntellava con i ditoni del piede, direttamente sulle lastre di pietra della strada. Cosimo aveva già mezzo aperto il portone e faceva per entrare. Per un attimo gli passò per la mente che quella ragazza fosse pazza. Dico un attimo solo, perché per tutto il resto di quel colloquio lesse nei suoi occhi una lucida disperazione, un aggrapparsi a tutto per i capelli come ultimo segno di forza. In quel momento proprio quando lui cominciò a vedere in lei quella lucida disperazione, Giusy si alzò di scatto, si mise le scarpe, si avvicinò a lui, puntò i piedi e gli offrì la sua guancia.
«E dai! Un bacio! Che vuoi che sia?»
Cosimo appoggiò le sue labbra sulla pelle di lei, fece schioccare un bacio e la salutò.
«Beh, ciao»
«Ciao bello!» rispose Giusy.

di Donald Datti

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