Attualità Magazine Martedì 23 luglio 2013

Femminicidio è più di una parola. Cosa significa e perché è giusto usarla

Magazine - Paradossi: da quasi un mese nelle risposte ai quesiti sui neologismi dell'Accademia della Crusca si può leggere una lenzuolata senza fine, molto molto dettagliata, sul perché l'adozione del vocabolo femminicidio sia più che legittimo, ma se si cerca nel dizionario dell'Accademia medesima, il vocabolo non c'è. Già, perché è da novant'anni che la Crusca non pubblica più il suo Vocabolario: la quinta edizione è stata interrotta alla lettera O nel 1923.

E già potrei fermarmi qui per indicare quanto una parola -neanche nuova, su questo si può consultare Wikipedia- riesca a turbare la coscienza (per non parlare dell'inconscio) collettiva, che non vuole riconoscere questa definizione tanto chiara: «qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte» (Devoto-Oli 2009) e si è divisa tra sostenitori di una parità alquanto opportunistica tra chi rivuole l'omicidio uguale per tutt* e chi riconosce la specificità del delitto che, nel 2012, ha fatto 120 vittime in Italia.

Se i primi leggessero l'articolo della Crusca, potrebbero persuadersi dell'errore anche solo grazie a questa considerazione: «In primo luogo un’osservazione banale: la nostra lingua prevede già alcune parole che specificano quale sia la natura del rapporto tra l’uccisore e la vittima di un omicidio (fratricidiosororicidiomatricidioparricidiouxoricidio) o caratteristiche particolari della vittima (il già citato infanticidiofeticidio termine del diritto penale)». Semplice vero? Ci avevate mai pensato?

Ma voglio insistere, più che per rispondere a una domanda, per dare il mio contributo a questa battaglia che si combatte a colpi di conversazioni leggere, pseudo colte, di battute sulla parità, riducendo il dramma a un chiacchiericcio da ombrellone.

Così consiglio vivamente, quasi con passione, un libretto di un'ottantina di pagine scritto da Loredana Lipperini e Michela Murgia (quest'ultima ampiamente citata dalla Crusca): «L'ho uccisa perché l'amavo – Falso!» (Laterza, 9 Eur). È molto più di un bignami, è un grande saggio breve che non fa concessioni, non ammicca, non cerca solidarietà, ma dichiara, esprime, spiega e critica con date e dati precisi (per quanto possibile).
E lavora sull'uso improprio di parole che condizionano l'opinione pubblica, giustificando l'aggressore/omicida con il pretesto della passione, dell'ira cieca, del momento di follia amorosa. Tornando implicitamente a quel delitto d'onore che in Italia condannava -codice Penale- a soli tre/sette anni di reclusione, sia che fosse commesso ai danni del coniuge, della figlia o della sorella. L'articolo è stato abolito soltanto nel 1981.

Lipperini e Murgia ci raccontano la Storia e anche le storie dei femminicidi, spiegano l'origine della malafede con l'immagine della donna veicolata dalla letteratura e dalla poesia, che non sembra sia cambiata con il passare dei secoli, anche se nessuno legge più. E se la prendono con i media che danno una mano.
Purtroppo hanno ragione, basta leggere alcuni titoli riportati in appendice: Pronuncia il nome dell'ex fidanzato, strangolata per gelosia; L'ha uccisa perché non voleva perderla; Folle d'amore picchia e getta l'ex fidanzata dal viadotto; Delitto passionale: camionista uccide l'ex moglie e altre tre persone...

Siccome è facile prendersela con una categoria (di cui per altro Lipperini fa parte) già nel mirino dei lettori, le due autrici smascherano anche i criminologi e gli statistici d'accatto, che rigirano le cifre e le percentuali per dimostrare la loro tesi, cioè che il femminicidio è un'invenzione di femministe scriteriate e soprattutto non esiste come problema sociale.

Loro dimostrano il contrario con argomenti inoppugnabili e si soffermano sul potere delle parole. Che è l'argomento centrale del saggio e -purtroppo, ché invece se ne dovrebbe parlare di più- un punto di vista originale: «Non ci sono simboli, ma persone, ed è bene ricordarlo ancora: gli uomini non hanno la violenza nella loro natura, così come le donne non hanno la bontà nella loro. Bisogna cercare di venirne a capo. Cominciando, ancora una volta, dalle parole. Che siano analizzate, pensate e restituite come è giusto che sia, in un mondo che le sta perdendo per fretta e ingordigia. Le morti esistono. Le morti pesano. Bisogna raccontarle dalla parte delle donne uccise, ma rispettando il loro essere state persone, senza appropriarsene. Perché bisogna che sulla pelle delle morte nessuno speculi più».

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