Magazine Venerdì 31 maggio 2002

Quando Hitler provò il peyote

avrebbe voluto che nella quarta di copertina del suo ultimo romanzo, Ritornano le ombre comparisse la didascalia: “questo libro piace moltissimo al suo autore”. Gli hanno spiegato che non è molto professionale, che non è un messaggio abbastanza convincente. «Ma a me questo libro piace tanto, tanto, tanto, tanto». Lo ripete proprio tre volte, «mucho, mucho, mucho», col suo spagnolo gioviale, divertente e divertito.

Leggere un libro di PIT II (come si firma) è divertentissimo. Assistere a una presentazione di un suo libro è, se possibile, ancora più divertente. Perché lo scrittore messicano è un istrione, un gigione, uno che pretende si traduca “figlio di puttana” quando, riferendosi a certi politici dice “hijo de puta” e il traduttore svicola in un politically correct “mascalzone”. È un formidabile narratore, Taibo, e un affabulatore meraviglioso. Vedere il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale gremito per la presentazione di un romanzo è un fatto straordinario. Vedere insieme signore distinte, azzimati geantlemen e ragazzi sciamannati in bermuda tutti insieme che si sganasciano dalle risate e non si perdono una battuta di uno scrittore è fatto ancor più straordinario.

Il romanzo in questione è «un’avventura totale, barocca, terribilmente complicata, ma facile abbastanza perché possa capirla un adolescente intelligente». Ma soprattutto è spassoso (ve lo sareste mai immaginato voi Hitler alle prese con il peyote? Paco giura sia successo veramente). PIT II racconta un aneddoto, manco a dirlo, divertente. «Io calcolo la durata dei miei viaggi in libri: per questo viaggio mi serviranno 5 libri, e ne metto 7 per buona misura. Per quest’altro viaggio 11 libri, e ne metto 13. Ma una volta mi sono ritrovato in Francia a dover affrontare 16 ore di volo senza niente da leggere, avevo sbagliato i calcoli. Sono andato all’edicola, ma c’era solo l’Equipe, e io non leggo neppure il francese, ma l’ho comprato lo stesso per la disperazione». Il buon Paco afflitto, a quel punto, medita il suicidio e si ritira in bagno.

A quel punto si ricorda però di avere ancora un libro in valigia. «Era il mio romanzo in edizione spagnola. “Ma non posso mettermi a leggere il mio romanzo, non è serio… e se poi mi riconosce qualcuno, che figura ci faccio? E se mi vede un critico messicano: mi squalificherebbe in maniera terribile”». Alla fine cede: incarta il libro nell’Equipe perché nessuno veda cosa legge si immerge nella lettura. «A metà del viaggio ridevo come un pazzo. Mi dicevo, “però, scrive bene questo caprone”. Poi sono arrivato a casa. Mia moglie, che mi conosce bene, appena mi ha visto mi ha detto “ma non ti vergogni a leggere te stesso?”». E ride, Paco, racconta che si tratta del romanzo che stava cercando di scrivere da 15 anni. Ma poi finisce la Coca Cola, che tracanna goloso dalla bottiglietta di vetro. Ed è un piccolo trauma. E ha voglia di fumare. E allora, gentile pubblico, è stato bello, ma si chiude qui. Per questa sera.

Perché domani mattina, sabato 1 giugno, alle ore 11, all’Assolibro di via San Luca si replica. Paco Ignacio Taibo II sarà lì per fare quattro chiacchiere con i lettori, firmare autografi, bere Coca Cola. E magari proporvi di fondare una Repubblica Democratica del Lettore come alternativa del naufragio della politica mondiale, perché «dove non è arrivato Lenin è arrivato Robin Hood».
di Donald Datti

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