Magazine Domenica 21 luglio 2013

Amore lesbico: più di un'amicizia, ma senza erotismo

Magazine - Il mio lungo periodo romano, animato da tanti luoghi e persone, rimane inevitabilmente legato alla mia amicizia con Giulia, una donna sensibile che mi conquistò subito per la sua armonia espressiva  di delicatezza e profondità. Soprattutto nella fase iniziale, il nostro rapporto assomigliava ad un quadro di fantasia e parole.

Ben presto, seguii la sua passione nell'inventare personaggi da fumetto, che interpretavano ed esasperavano i nostri punti deboli. Tramite questi esserini, così li definivamo, potevamo
esplorarci reciprocamente, con calma e fino in fondo, senza paure. Era questo un modo, nuovo per me, di conoscere qualcuno con pazienza, che ancora oggi mi piace. E amavo anche sentire due occhi come i suoi che, lenti, aspettavano di scoprirmi.

Credo di avere inventato in quei momenti il paragone di me stessa con quelle canzoni dalla comprensione complessa, che necessitano di tanti ascolti per essere ricordate. E Giulia non si stancava di ascoltare. E teneva tutto a mente. Ricordo le nostre passeggiate ad Anguillara, sul Lago di Bracciano, come scorci di bellezza ventilata. Nulla come quella brezza allontanava ogni altro pensiero. Le camminate più lunghe, e le cene, sono però scolpite in un album intitolato: Trastevere.

Qualche volta ripenso ad una particolare sera di inizio febbraio, poco prima dell'ora di cena. Pioveva, faceva freddo, le strade si racchiudevano nella solitudine invernale. Avevamo da poco superato piazza Sant'Egidio, quando un'improvvisa folata di vento ci avvolse, lasciò indenne Giulia, ma rovesciò e spogliò il mio ombrello della sua tela a rombi color amaranto. La sorpresa si trasformò per entrambe in un'ilarità irrefrenabile e in una doccia all'essenza di nuvole disperate. Per porre una temporanea tregua a quell'ammasso d'acqua, decidemmo di rifugiarci nel primo ristorante a portata di mano. Giulia si portò rapidamente all'interno. Io temporeggiai sulla soglia per restituirmi un'apparenza di ordine.

Una voce maschile accolse la nostra entrata con perentorietà: «Andate a sedervi immediatamente laggiù, al tavolo più vicino la cucina. Su, forza, veloci».
Ci guardammo, sbalordite. «Ma che modo è di accogliere qualcuno? Nemmeno un saluto? E poi perché sederci proprio là, non c'è anima viva». Bisbigliò Giulia.

Ad ogni modo, seguimmo il gentile invito. Mentre ci liberavamo dei giacconi fradici, ecco nuovamente il nostro nuovo amico. «Se dovete lavarvi le mani, sbrigatevi, sennò andiamo alle calende. Parlo per voi, tra l'altro, mica poi farete correre me?»
Abbozzai un'obiezione: «Scusi ma ci deve essere senz'altro qualche equivoco».

Per tutta risposta, l'uomo continuò a parlare con pronunciata enfasi tanto che la punta dei baffi si piegò all'insù disegnando due curiosi ricciolini: «Ah, e vi ho fatto un favore, lo so per certo! La pasta e fagioli! E non dite che non vi piace, per carità». Non lo dicemmo, per carità.
Ma se era così sicuro di farci un favore, perchè preoccuparsi?

Qualche minuto dopo, tornò con i piatti preannunciati. Estremamente invitanti, lo ammettemmo. Anzi, divento ancora golosa al pensiero. Ma la sua loquacità impertinente continuò: «Scusate se mi intrometto, ma andate a teatro a piedi? Volete arrivarci bagnate come siete ora? Starete tutta la sera così? Non andate a cambiarvi? Un taxi magari, no?»
Cinque domande, poste tutte assieme, mi procurarono un inizio di orticaria.
«Se è un interrogatorio, dobbiamo procurarci un avvocato. Nel frattempo, posso dirle che non
andiamo affatto a teatro».
«Come, non andate a teatro?» La sua voce, dalla sorpresa, perse forza e gli occhi sembravano quelli di un bambino, ansioso ma divorato dalla curiosità, quasi dovesse scoprire gli spiriti dei suoi antenati nascosti in qualche armadio.

«No, non andiamo a teatro»
«Cioè ... non andate proprio per nulla a teatro?»
«Non andiamo per nulla a teatro»
«Avete cambiato idea? Ma dove andate? Ma, insomma, non ne sapevo nulla!» Chiuse la mano destra a pugno e si battè la fronte.
«Ma perchè dovremmo dirle cosa facciamo, ci conosciamo forse?»
Era palese ormai che ci aveva scambiate per chissà chi, ma l'ingranaggio funzionava a pieno ritmo, tanto valeva seguirlo.
«Guardate che sono responsabile io di voi, se vi perdere devo venirvi a prendere, e ci metto un sacco di tempo!»
E mimò il gesto della guida, abbassando il braccio destro verso sé come a illustrare una gran fatica. Forse possedeva una vecchia auto e aveva un problema con la seconda marcia. Magari per quel motivo avrebbe impiegato molto tempo. Ma non era il caso di approfondire. «La ringraziamo per il pensiero ma, come vede, siamo un tantinello cresciute, non si senta responsabile per noi».

«Però siete le amiche inglesi di mia nipote e non conoscete Roma, anche se sapete
approssimativamente bene l'italiano!»
O ma che gentile! Era un piacere ricevere un simile complimento sulla nostra conoscenza linguistica. Ormai Giulia rideva troppo per riuscire a parlare e portai a termine io il gioco.
«Bè facciamo del nostro meglio per farci capire. Ma, per caso, nota un accento inglese da parte nostra? Guardi, la mia amica a Roma è nata e cresciuta, io ci ho abitato alcuni anni, pensiamo di potercela cavare, ringrazi con affetto sua nipote!»
«Ma non siete voi allora? Voglio dire ... non siete quelle là, quindi? E che ci fate qui, a quest'ora? È presto per cenare, aspettavo le due signore inglesi prima degli altri clienti!»
«Eravamo stufe di bagnarci, e comunque a me, personalmente, anticipare l'ora di cena non dispiace affatto».
«E ma voi pagate eh però, se non siete le amiche di mia nipote. A proposito! Ma che fine avranno fatto? Dovrò mica andarle a recuperare già da ora? Si saranno perse? Ma non potevano andare a Firenze?»
Evidentemente adorava il suono delle sue domande. Da quel momento sparì. Non riuscimmo a scoprire se si mise sulle tracce delle turiste.

Al suo posto, comunque, venne un ragazzo. Dopo la pasta e fagioli entrarono i primi clienti per cui, per poter mangiare le insalate, ordinate liberamente, attendemmo un bel po'. Giulia ed io ripercorremmo, divertite, l'equivoco di poco prima. Improvvisamente lei mi guardò per pochissimi istanti con dolcezza ed intensità. Fu un momento solo nostro, tanto breve quanto indistruttibile, senza tempo. Come tutta la serata, e gli anni futuri, come oggi.

Ho scritto precedentemente come il legame che ci unì nacque come un quadro. Lo avrei intitolato: «Verso l'alba».
La nostra amicizia era amore senza coinvolgimento sentimentale ed erotico. Potevamo trascorrere un'intera notte fra voce e silenzi, dove le confidenze rivelate equivalevano al pudore delle verità difficili e taciute. Restavamo accanto l'una all'altra, ma allo stesso tempo potevamo sederci per ore ai due lati opposti della stanza, per riflettere da sole. Quello che contava era la libertà di attendersi, il rispetto dei tempi e modi reciproci, fino ad arrivare, appunto, all'alba insieme. Come la scelsi allora, anche adesso sento Giulia parte della mia famiglia allargata.

di Chiara Sumuels

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