Concerti Magazine Mercoledì 17 luglio 2013

Thom Yorke fuori da Spotify, ma non i Radiohead

Thom Yorke, voce dei Radiohead e degli Atoms for Peace

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Magazine - «Non fatevi ingannare, i nuovi artisti che scoprite su #Spotify non vengono pagati. Nel frattempo gli azionisti ci sguazzano. Semplice». Basta un tweet a Thom Yorke per scatenare un dibattito (molto poco virtuale) sul futuro della musica su internet.
Il 14 luglio il cantante dei Radiohead, in questi giorni in tour in Italia con gli Atoms for Peace (stasera a Milano), ha affidato a Twitter un commento sprezzante sulla piattaforma di ascolto in streaming Spotify: tu ascolti gratis, ti becchi la pubblicità e non paghi nulla - questo il senso dell'intervento- ma neanche le band che pensi di scoprire (e magari di aiutare) ci guadagnano. O meglio, ci guadagnano molto poco: 0,5 cents ad ascolto, 5 euro per mille ascolti. Da non pagarci neanche i plettri.

Certo, se sei un colosso come Thom Yorke puoi farne a meno, ma se sei un gruppo indie poco conosciuto che pensa di arrotondare grazie a Spotify, hai proprio sbagliato strada: la piattaforma può aiutare a farti conoscere, ma non certo a guadagnare. E anche se dovessi diventare un fenomeno da un milione di ascolti, ti porteresti a casa 5mila euro di provvigione. Una bella vetrina, ma praticamente gratis. Se vogliamo, l'equivalente di uno stage che non è retribuito, ma va fatto perché ti aggiunge una riga al Cv. (leggi come funziona Spotify)

Thom Torke ha voluto denunciare questo meccanismo. Scoprendo l'acqua calda, come hanno commentato in molti. E in effetti è vero, però il senso di questa esternazione l'ha spiegato lo stesso cantante, sempre su Twitter: «La tua piccola e insensata ribellione sta soltanto facendo soffrire i tuoi fan: una goccia nel mare» ha scritto Yorke riprendendo un tweet di un follower, prima di ribattere: «No, ci stiamo schierando per i nostri colleghi musicisti».

L'azione concreta di Thom Yorke («La piccola e insensata ribellione», come l'ha definita il manager Nigel Godrich) è stata quella di togliere da Spotify i brani degli Atoms for Peace. Lasciandoci però i più ben ricco e conosciuto catalogo dei Radiohead.

Dopo una lunga sequela di tweet, la parola fine alla questione l'ha messa proprio Nigel Godrich, manager di Thom Yorke, spiegando con maggiore calma quanto era già apparso evidente a chiunque abbia una minima conoscenza dei servizi di Spotify: sono meccanismi che funzionano se hai già un nome, mentre per gli emergenti sono davvero una goccia nel mare.

La presa di posizione di Spotify non si è fatta attendere: «L'obiettivo di Spotify è fornire un servizio che piaccia agli utenti, sia pagato dagli utenti e fornisca all'industria musicale il supporto finanziario necessario per investire in nuovi talenti».
In tempi di crisi e download selvaggio, anche i pochi cents di Spotify fanno gola alle major: su milioni di ascolti, garantiscono royalties tutt'altro che trascurabili. Magari - e questo è forse l'augurio di Yorke - che servano per scoprire i musicisti di domani.

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