Magazine Giovedì 11 luglio 2013

«Amo un uomo sposato. Che fare?» Lo psicologo risponde

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Magazine - Caro dottore,
le scrivo per raccontare la mia storia per certi versi assurda.
Sono un ragazzo di 27 anni, da sempre combattuto per la sua identità sessuale, non capivo cosa ero, cosa in realtà mi piaceva. Dopo relazioni con ragazze, e anche rapporti eterossessuali, sentendo da sempre un'attrazione verso i maschi, ho deciso di provare.

Al giorno d'oggi non è difficile incontrare persone dello stesso sesso, e che vivono anche la stessa condizione. Ho conosciuto ragazzi, uomini, e fatto sesso. Erano incontri finalizzati ad esso e per certi versi anche squallidi, ti lasciavano un vuoto, e stavo peggio di prima. Non avevo nessun altro tipo di rapporto con queste persone, non mi mostravo nemmeno per quello che ero realmente.

Tutto questo fino a quando due anni fa ho incontrato lui, (chiamamolo Andrea), e credevo fosse un incontro come gli altri, ma fin da subito ho sentito una maggiore attrazione diversa e soprattutto mentale.
Dopo quell'incontro, ci siamo scritti qualche mail, e io per la prima volta ho dato anche il mio numero di cellulare, infatti iniziò un rapporto di chiamate e sms. E pian piano mi aprivo, e sentivo che anche lui faceva lo stesso.
Rivelando la vera identità, la persona che ero, insomma ci stavamo conoscendo e frequentando come ci si conosce normalmente.

Io 25 anni studente, lui 43 libero professionista, sposato con 2 figlie.
Io sempre piu sentivo la necessità, di sentirlo vederlo, e la stessa cosa valeva per lui. Sapevo che era una cosa non normale. Ero attratto, infatuato da un uomo più grande di me... E soprattutto sposato.
Il tempo passava, e la relazione man mano diventava sempre più grande, sentita....ci vedevamo e sentivamo ovviamente di nascosto dalla moglie.

Ovviamente né io e né lui siamo come dire dichiarati: vivevamo e viviamo la nostra condizione di nascosto, e per certi aspetti è forse meglio, viviamo in un mondo dove tutti sono pronti a giudicare, e col rischio di avere ripercussioni su noi stessi, famiglia, lavoro.
Io fin da subito ho sentito la necessità di parlarne con una mia amica, raccontando tutto e aprendomi.

Ora sono due anni che io e Andrea abbiamo questa relazione - clandestina si chiama vero? - vissuta in totalità, fatta di uscite, viaggi anche di settimane, tempo insieme, mille chiamate, mille attenzioni.
Ci siamo ritrovati ad essere innamorati l'uno dell'altro, senza volerlo, sensazioni e situazioni inaspettate e fondamentalente straordinarie e uniche. Io non ho mai amato una persona cosi tanto. E lui dice sembra che con te mi sia innamorato per la prima volta. È inutile dire che il senso di schifo che avevo con i precendeti incontri qui non esiste minimamente.

Lui come me ha avuto altre conoscenze, ma mai nessuna ha messo in discussione il suo matrimonio.
Io non ho mai sopportato l'idea di dividerlo, non ho mai accettato che lui fosse sposato, ho sofferto e soffro tutt'ora. Ho dovuto accontentarmi di avere un rapporto ad orari, non chiamare quando si vuole, non vedersi quando si vuole, e la sofferernza aumentava sempre più.
Non ho mai trovato appagante questa situazione, infatti le liti orbitano quasi sempre attorno a questo motivo È una situazione in cui annulli parte di stesso, e diventi schiavo di una situazione e di un sentimento che purtroppo non riesci a gestire, né tanto meno a rinunciare.

Giorni passati a piangere, a soffrire, a star male e dire alle persone attorno che l'università ti stressa, mascherando sempre il dolore specie con la famiglia. Ma con la mia amica ho avuto e ho modo di parlarmi e sfogarmi, lei mi ha detto sempre Lascialo, meriti altro.

Insomma altaleno momenti in cui ho l'umore a terra, e momenti (che sono con lui) in cui sembra che tutti fili liscio, in cui non mi manca niente. Condividiamo molti interessi, quindi abbiamo modo di soddisfarli insieme, e forse è stato anche il pilastro di una relazione cosi forte.

Tutto in segreto (siamo amici agli occhi degli altri) fino a quando la scorsa estate (lui in vacanza con la famiglia, quindi può immaginare il mio umore), la moglie legge un mio msg, e da lì lei capisce tutto. E da quel 29 di agosto la tragedia ha raggiunto l'apice.
Da quel giorno abbiamo provato a chiudere (ovviamente senza che nessuno dei due lo volesse), ma senza esito, uno dei due tornava verso l'altro. Addii, pianti e poi passavano 1 massimo 2 gg e si tornava come prima.

La moglie gli ha dato una seconda possibilità, di recuperare per il bene di tutti, nonostante sappia che io e lui non ci siamo mai lasciati.
Lui con la moglie viveva ormai una relazione semplicemente familiare da anni ormai, assorbita dalle figlie, e quindi avevano perso interesse uno verso l'altro. Non erano più amanti, non erano più marito e moglie (ovvio di questo io ne gioivo, è brutto dirlo ma è cosi).

Da quando lei ha scoperto tutto, lei si è riscoperta attratta da lui, amorosa, affettuosa, ma lui dice di essere innamorato e attratto da me, tanto da crearle anche difficoltà nell'avere rapporti con lei.
Ora che lei si è riscoperta moglie io ne soffro più che mai.

Ho preso coraggio e ho scritto a lei, Marina, chiedendole scusa per il dolore che io e lui le stavamo e stiamo procurando. Lei è vittima di una situazione senza volerlo e senza esserne colpevole.
Lei sembrava che stesse aspettando un mio confronto, ci siamo anche visti, e lei è una persona anche piacevole. Ci siamo aperti e confrontati su diversi aspetti e in certi versi anche simili per la condizione che viviamo. Lei ha visto che in me non c'è nulla di cattivo. Lo so sembra la trama di qualche film, mentre invece è una situazione che vivo.

Lei non so come ha fatto, sa e sapeva se io e lui partivamo, se uscivamo. Lei sa e nonostante tutto gli vuole stare ancora a fianco (dice che non sa fino a quando). Mi chiedo fino a quanto una persona innamorata è capace di sopportare (in fin dei conti sono anche io che sopporto).
Lei è cosciente che il marito ama me, è attratto solo da me, cerca me. Me lo dice anche lei.

Io ora non ce la faccio più a vivere questa relazione a metà, e nell'ultimo periodo lo sto mettendo con le spalle al muro: o me o lei. Lui mi sta dicendo di dargli tempo, deve capire, deve capire se chiudere una famiglia, mollare tutto e vivere con me, o lasciare me (se mai ce la farò, dice).
Vuole tempo per capire, perché può essere di forte impatto (ed è vero) sulle figlie, famiglie, lavoro e su di lui.
Ormai siamo quasi ad un anno, che io aspetto, un anno che li vedo vivere da famiglia....ma lui mi chiede ancora tempo, io non ce la faccio più ad aspettare.

Le chiedo è giusto che io dia del tempo? Non è forse una cattiveria chedere a me aspetta che io vivo lei, poi vediamo? E di me cosa ne sarà? che faccio?

Non ce la faccio più, sento che mi sto facendo una violenza. Pensare di lasciarlo non riesco: come si può chiudere una storia quando nessuno lo vuole?
Do tempo o mollo tutto facendomi male e tanto male?

Grazie mille, forse ho scritto troppo.
Mattia

Buongiorno Mattia.
pensa di aver scritto troppo? E perché mai? Io credo che lei abbia scritto quello che sentiva che c'era da scrivere per poter capire la sua situazione che non è assolutamente assurda, ma squisitamente umana.

E per umana, intendo, decisamente polivalente, che è una parola più precisa di quanto non sia quella, usata più frequentemente, ovvero, ambivalente.
Perchée ambivalente tutto sommato si riferisce solo a due dimensioni o tensioni che si oppongono o tirano in due direzioni diverse, mentre più verosimilmente di tensioni che tirano o spingono in direzioni diverse ve ne sono ben più di due. Ahimè.

Ed è con questa condizione di ambivalenza che noi umani dobbiamo imparare a convivere. E non è facile, anzi, per citare un filosofo (di cui mi scuso, ma non ricordo il nome): Distinguere il Bene dal Male è facile, ma scegliere il minore dei mali è difficilissimo.
E di questo si tratta, scegliere. Cosa non facile quando le situaioni si presentano e si sviluppano nell'intreccio di passioni, limiti, pulsioni, regole voglie e paure, sensazioni istantanee e progetti a lunga scadenza. Ed altro ancora.

Ecco, in queste condizioni, scegliere non è facile. Perché un conto è quello che si sente, che non ha tempo né spazio ma solo il qui ed ora, e quello che si pensa di organizzare su di un piano temporale più lungo e complesso. E poi non siamo solo di fronte a scegliere cosa ci piace ma più verosimilmente ci tocca sceglire qual è il dolore che possiamo sopportare. Che è il problema delle situazioni complesse, quando - ed accade spessissimo - non potremmo mai riuscire ad avere il Pieno Soddisfacimento.

E poi, a complicare questo quadro, c'è la dimensione tempo, sulla quale mi sembra di capire che anche lei si sta ponendo delle domande più che lecite.
In effetti, proprio perché, spesso, le situazioni si presentano tremendamente intrecciate e difficili da semplificare con un gesto netto, c'è bisogno di avere un po' di tempo per poterle capire e risolverle. Che sia in un modo in un altro. Sì, certo. Ma di quanto tempo parliamo? Quanto ci vuole per capire cosa scegliere?
Un attimo? Mmm... troppo precipitoso, forse. Un giorno? Troppo poco? Una settimana? Un mese? Un anno?

Forse il tempo che serve dipende da tanti fattori ma, di sicuro, dev'essere un tempo definito. Ha senso aspettare una vita, per scegliere cosa fare nella vita? No, vero? Ed allora si torna alla domanda: ma di quanto tempo stiamo parlando?
E, se mi permette, nel suo caso, la risposta non può essere nell'ordine degli anni e forse, ormai, neppure nell'ordine dei mesi.

È vero, c'è bisogno di avere tempo per pensare, ma l'estate non aspetta e credo che entrambi abbiate bisogno di sapere con chi passerete queste vacanze. E, mi scusi, il paragone che può sembrare futile, ma davvero non si possno scegliere a settembre le vacanze d'agosto.
E se entro la fine di luglio non si riesce a scegliere, assieme, cosa fare, allora è già questa una scelta ed ognuno dovrà regolarsi di conseguenza.

Ovviamente è solo una metafora, ma la invito a rifletterci sopra.
Così come la invito a riflettere sul fatto che se a noi piacciono cosi tanto le favole con il lieto fine forse è perché, nella vita reale, non sempre le storie sono destinate ad evolversi così come le abbiamo sognate.

E sempre in tema di riflessioni: è davvero necessario costringersi a pensare che scegliere sia, per forza, un o/o? Ovvero: o me o lei?
Non c'è proprio una terza via? Non può esserci un e/e? Lei racconta che con la sua rivale (e già questo termine potrebbe essere sbagliato) vi siete incontrati, parlati, capiti scoperti: è proprio sicuro che non può esserci spazio per una scelta di condivisione?
Perché se ci sono due attrazioni opposte può essere che non se ne può eliminare una, a favore dell'altra, senza soffrire. E la sofferenza non dà tregua e rende difficile essere felici, nel tempo, di avere fatto una scelta di questo tipo.
E dunque, sempre a proposito di scelte, perché non aggiungere una terza ipotesi e pensare al come stare con entrambi anziché al con chi stare dei due?

Sì, lo so, il senso del possesso è forte (e il Buddha lo considera un ostacolo alla serenità) ed ognuno vuole tutto solo per sè. Ma, a volte il tutto non solo è troppo grande, ma anche troppo sfaccettato e complesso per poter essere davvero posseduto.

Buona estate,

di Marco Ventura

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