Magazine Domenica 7 luglio 2013

Newsletter lesbo ed erotismo. Quando l'amore è un gioco

Magazine - All'inizio dell'anno 2000, iniziò la mia fuga attraverso l'Italia e la Svizzera, un modo fittizio di anestetizzare un lutto doloroso e rabbioso.
Fra i luoghi più frequentati, Roma mantenne senz'altro il primato. Per questo motivo, due anni dopo e fino a metà del 2006 vi abitai, anche se ogni tanto tornavo in Liguria per brevi periodi. Conobbi così tante persone da popolare un'intera esistenza.
E proprio in quegli anni misi per la prima volta in discussione la mia capacità d'amare.

Accadde in seguito al rapporto più tormentato e controverso che potessi umanamente vivere. Sonia era allora una donna estremamente complessa.
Prima di conoscerla, ogni giorno la "leggevo". Facevamo parte delle stesse mailing list lesbiche. Scriveva in modo molto simile al mio, come fu ben presto notato da tutte le iscritte, anche se il suo tono risultava più pessimista. Ma il lato che maggiormente accarezzò la mia fantasia fu la descrizione, condivisa con noi, dei propri occhi, i contorni verdi nascosti nel marrone, che nessuno notava mai.
Ne fui attratta, perchè a mia volta ho un tocco di verde nello sguardo e ugualmente dimenticato.

La conobbi in una delle sere più impetuose che abbia mai visto nella Capitale. Una pioggia torrenziale avrebbe senz'altro suggerito di restare al coperto. Ma era in programma una cena di gruppo organizzata da un forum, regalo per chi veniva da lontano. Sonia arrivò di pessimo umore, restò in silenzio tutta la sera, detestava il freddo e si ammalava facilmente, sperava di correre presto a casa.
Forse fu il fascino delle ombre nella sua anima, sempre al confine del chiaroscuro e decisamente tendenti a quest'ultimo, ma quel nero sabato di pioggia restò incollata nei miei desideri.

Il lato più sorprendente del rapporto con Sonia era l'ambiguità. Parlavamo ore ed ore, di giorno e di notte, al telefono o dal vivo, ci scrivevamo tutto il giorno, emails e sms ma le uniche frasi che avremmo dovuto rivelarci e che avrebbero chiarito la nostra amicizia, non vennero fuori per diverso tempo. Dipendeva da lei? Da me? Comunque tacemmo l'essenziale, ognuna proseguendo nei propri sogni.

Sviluppammo, invece, un'infinità di altre parole. Le più belle, in un certo senso indimenticabili, nascevano spontanee sempre verso sera. Quell'atmosfera di crepuscolo era forse la rappresentazione più adatta di noi due insieme. Spesso parlavamo in macchina per ore, appena faceva buio, in qualche piazza vicino all'Eur dove lei abitava a quel tempo. Oppure camminavamo aggirando Trastevere, senza mai addentrarci. Era in qualche modo sintomatico. Con lei si stava al margine di qualsiasi luogo, ma non si entrava mai da nessuna parte. Tranne che a Sperlonga.

Sperlonga era il suo regno nei weekend e nelle vacanze. Avrebbe saputo portarci chiunque, solo con le descrizioni
che inventava. E, per un breve periodo, le inventammo insieme, d'inverno, sempre all'ora del tramonto, complici le alte onde dal colore blu scuro e intenso.
«Vorrei che mi rapissero». Mi parlava sempre della sensualità di questa fantasia.
«Immagino il momento in cui mi sento afferrare con decisione, adagiare sulla riva, e poi sento l'impeto dell'acqua che mi copre, e si ritira espandendo e portando via i miei brividi. Ecco cosa voglio, sempre: ghiaccio e fuoco».

A questo punto, cos'avrebbe inevitabilmente pensato un'accentratrice incallita come me? Nulla, non c'era tempo. Alla velocità di Beep Beep che sfuggiva a Wile E. Coyote, mi trasformavo nella più efficace onda blu di questo e dei futuri universi, l'inventrice di un attrito gelo-fiamma da brevetto.
E così da quel momento nacquero i nostri giochi erotici, intriganti, divertenti e intensi, folli. Ma a me mancava qualcosa. Il mio sentimento, nonostante la spavalderia, era già andato oltre. Lei, al contrario, viveva quei momenti come bicchieri di liquore ingoiati uno dopo l'altro, per tramortire un dolore che non conoscevo.

Quando la differenza dei nostri passi risultò evidente, si crearono tensioni, tanto più evidenti quando, in auto, dopo i giri senza meta, mi accompagnava verso casa. Ci fermavamo accanto al cancello. Le nostre frasi erano brevi, vuote. Iniziavo sempre io.
E i dialoghi più o meno sempre gli stessi:
«Ma non stavamo facendo sul serio?»
«Ma non stavamo giocando da donne adulte?» A queste sue parole i buchi nel mio stomaco ruotavano come giostre.
«Secondo me abbiamo un problema»
«Lo penso anch'io».
E così finiva. Il suo «lo penso anch'io», non ammetteva repliche. Dovevo scendere e restare con le mie montagne russe sobbalzanti.

Certo, visto che fino a poco tempo prima imperversavo sotto forma di acqua marina in maree da urlo, mi decisi a sapere qualcosa in più. Quindi, nelle serate successive riprovavo.
«Ma se stavamo solo giocando, come mai tutte le ragazze del gruppo pensano che noi si stia insieme?»
«Perché così ho fatto credere. Spero lo pensi anche colei di cui sono innamorata e che mi lascia in sospeso da tanto. In questo modo magari accelererà la decisione. Perché sono innamorata, cosa credi, ho entrambi i piedi nelle sue scarpe»
«E non solo nelle sue, se è per quello. Confortante conoscere l'essenza delle situazioni con così tanta sollecitudine. E chi sarebbe la tizia in questione?»
«Non è importante che tu lo sappia».
Cercavo di mostrarmi tranquilla e tentavo di scherzare.
«Allora riepiloghiamo. Io pensavo di fare sul serio, invece stavamo giocando. Tu eri
convinta di giocare ma raccontavi di fare sul serio affinchè. la tua amica smettesse di giocare e tu potessi fare sul serio con lei. Sta funzionando almeno?»
«No»
«L'ambiguità della situazione ti fa sentire, se non altro, meglio?»
«No. Peggio».
«Secondo me stiamo andando contro un muro».
«Lo penso anch'io».
E contro un muro si spezzò quel flebile equilibrio che i nostri discorsi fissavano.

Alla fine contrasti, accuse e ripicche sovrastarono tutto. L'esagerazione dei toni mi fece  perdere di vista il sentimento stesso che provavo. Stavo combattendo una gara di nervi, che  nulla aveva a che fare con l'amore che, a mio dire, provavo. Ecco perchè, per la prima volta in tanti anni, mi sentivo finalmente - era il momento di comprenderlo una volta per tutte - incapace di ascoltare desideri e sgomento nella vita altrui. Sonia si era mostrata enigmatica, d'accordo, ma lo ero stata anch'io. Era una colpa talmente grave da meritare una lotta di mesi, invece di una spiegazione? A modo suo riconobbe la stessa assurdità. E così, meglio tardi che mai, imparammo la pazienza della conoscenza. Iniziammo un rapporto tramite email fittissimo, ma con nomi diversi, per prendere le distanze da noi stesse, sapendo però bene entrambe chi si sedesse dal lato opposto dello schermo.

Quanti segreti scoprimmo l'una dell'altra! Venne fuori tutto il dolore, il vuoto, la solitudine, la paura di farsi emotivamente spogliare. Quando ci fummo raccontate tutto il possibile smettemmo di scriverci, in un muto accordo.
Decidemmo di concludere del tutto il nostro rapporto, stavamo ormai percorrendo strade diverse. Per qualche anno le feci gli auguri di Natale, con la mia vera identità. Ma anche quel piccolo gesto ormai si è esaurito. Siamo due persone completamente differenti, ora. Da tempo scriviamo in modo difforme, non più complementare, e nessuno confonderebbe più i nostri racconti. So che lei preferisce dedicarsi alle fotografie adesso, e quel verde inesplorato dei suoi occhi si confonde nel chiaroscuro degli scatti di periferia, del suo mare e nostalgie, e, sono sicura, a volte si cela ancora.

di Chiara Sumuels

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