Concerti Magazine Lunedì 27 maggio 2002

Aiuto, c'è un mellotron nel mio disco!

Magazine - LA MASCHERA DI CERA
2002, Mellow Records - MMP428

Che senso ha, nel 2002, suonare rock progressivo? È una scelta, comunque, “regressiva”? O è solo nostalgia per il bel tempo che fu? Oppure un’opzione stilistica, come tante, tesa a ricollegarsi ad una specifica tradizione sonora? Qualunque sia la risposta, il rischio di abiurare all’originalità in nome della citazione dotta (Genesis, Yes, PFM, Banco, King Crimson, etc…) sta sempre in agguato e, spesso, determinati esiti, pur prodotti da band preparatissime sul piano tecnico, risultano di difficile digeribilità.

Quello citato non è certo il caso dei genovesi Maschera di Cera che, pur riallacciandosi esplicitamente al filone prog anni Settanta, sono abili a scavalcare qualsiasi modulo citazionale, per ritrattarlo con intelligenza, offrendo all’ascoltatore un ottimo concept album, ben suonato e dotato di una cifra personale.
Il gruppo propone, nella sua formazione, forse il meglio dell’entourage prog cittadino: gli ex Finisterre Fabio Zuffanti al basso, Marco Cavani alla batteria e Agostino Macor alle tastiere, Alessandro Corvaglia alla voce (il Merlin nell’omonima rock opera rappresentata qualche anno fa a Forte Sperone) e il flautista Andrea Monetti (dai tedeschi Embryo). Fabio Zuffanti è l’autore dei testi e compositore delle musiche, insieme a Macor, che, fedele alle sonorità dell’epoca, ha bandito qualsiasi congegno digitale per ridare spazio a strumenti storici come il moog, il mellotron e l’organo Hammond.
Al primo ascolto colpisce subito la voce di Alessandro Corvaglia (personalissima e coinvolgente), gli interventi mirati dell’ottimo Macor e una sezione ritmica assai affiatata, capace di amministrare con disinvoltura ritmiche complesse.

Il disco è dominato al 50% dalla lunga suite La maschera di cera: un brano di oltre 19 minuti in cui le reminescenze rimandano a Van Der Graaf Generator, Osanna e, nei momenti meno concitati, Camel e Banco. La seconda parte inizia con Del mio mondo che crolla, caratterizzato da tempi dispari e accenti che richiamano vagamente alle atmosfere di “Darwin” del Banco, in un originale collage di moog e mellotron. Del mio abisso nel vuoto è il brano più emblematico, ricco di toni chiaroscurali: inizia su una base “luminosa” dove poliritmia, flauto e un piano jazz traghettano l’ascoltatore in un finale ipnotico, rabbuiato da dissonanze e rumori.

Meno incisiva, ma non per questo sottotono, la track Del mio volo: la quieta atmosfera rinvia ai Camel più melodici però il passo sembra quello di “Impressioni di Settembre”, soprattutto nella parte centrale quando il solo di moog intona alcune note che portano proprio da quelle parti. Per fortuna che, di tanto in tanto, qualche modulazione riesca a spazzare dubbi impertinenti…


Riccardo Storti

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