Magazine Martedì 21 maggio 2002

Cacucci: sull'Aurelia fino a Genova (2)




Genova: la frontiera con l'altro mondo. Il rumore, la confusione, l'andirivieni su e giù per via XX settembre, e la piazza De Ferrari, allora simbolo di rivolta operaia, con i camalli del porto che l'avevano usata per farci fare il bagno ai celerini. Era successo anni addietro, ma la memoria restava vivissima, soprattutto a casa mia, padre metalmeccanico e madre tessile, cassintegrati per destino comune tra liguri doc e d'adozione. Qui svoltavamo a sinistra, in discesa, sparati verso la casbah. Perché in fondo Genova, per noi, significava via Prè e dintorni, i vicoli pulsanti di umanità cosmopolita.
L'Africa la trovavamo tra via Gramsci e via del Campo, muri scalcinati dove c'era ancora scritto Keep alert - Off limits for US Navy, perché i marinai delle portaerei ogni tanto volavano dalle finestre quando pensavano di fare i gradassi senza capire come funzionavano le cose, lì. La "città proibita" offriva di tutto alla vista, compresi certi vecchi, enormi frigidaire arrugginiti che restavano incastrati nelle viuzze per anni, tanto erano strette (o larghi i frigoriferi); ma erano i nostri occhi a renderla così arcana, misteriosa, avventuriera: in realtà ci trovavi i migliori negozi di strumenti musicali, dischi, vestiario militare, civile o incivile, ottimo pesce fritto e polipo bollito, e gente di ogni razza a cui non passava neppure per l'anticamera del cervello che esistesse una polvere chiamata eroina. Più tardi sarebbe arrivata a chili, e non certo dal sud del mondo, assottigliando anche il nostro gruppo di squinternati esploratori. Ma questa è un'altra storia, come diceva l'oste di Irma la dolce.

A Sampierdarena non ci spingevamo quasi mai, c'era più gusto a prendere la strada dei forti, cioè le fortezze che dall'alto dominavano il porto, ma fare i turisti non ci attirava granché, per cui si tornava subito giù, a smanettare nel traffico per imparare come si vive in una vera città.
Alla fine ci sarei andato tutti i giorni, l'ultimo anno del liceo, e la stessa strada fatta in treno era da pendolari assonnati: Nervi-Quinto-Quarto-Sturla-Brignole, Sturla-Quarto-Quinto-Nervi, che ossessione prima di raggiungere Chiavari e la fine delle innumerevoli gallerie. Genova non aveva più il sapore delle incursioni in moto, ormai si era trasformata in un posto come un altro. L'abitudine uccide gli sguardi delle prime volte, al punto che fatichi a ricordarle, quelle sensazioni.

Comunque, la vecchia Aurelia non si è lasciata stravolgere più di tanto dal cemento, e vale sempre la pena abbandonare l'autostrada per accarezzare le sue curve, magari d'inverno, quando si può andare piano per scelta, deviando ogni tanto a destra o a sinistra, di qua il mare e di là gli ulivi. Un giorno mi fermerò davanti a quel tubero di pietre brune, suonerò qualche campanello, e chiederò se il fantasma di Sem Benelli rompe le scatole, magari declamando versi nottetempo... Che razza di castello sarebbe senza il fantasma del suo padrone?


Pino Cacucci
di Giulio Nepi

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