Magazine Domenica 9 giugno 2002

Pino Cacucci sull'Aurelia

Magazine - di Pino Cacucci


Il castello di Sem Benelli credo l'abbiano diviso in parti diseguali e chissà a chi e a quanti appartiene adesso, ma allora, ventidue o ventitré anni fa, mi appariva perennemente vuoto, mai un essere umano alla finestra né una luce accesa.
A quei tempi la moto era tutto e chi fosse stato Sem non ce lo chiedevamo: portava il cognome di una marca che alle due ruote aveva dato fior di motori, compreso quel mostro a sei cilindri che per carburarlo ci voleva l'orologiaio, quindi sarà stato un capostipite della Benelli, per forza.

Ma torno indietro, perché la strada cominciava sotto casa, cioè quattro o cinque chilometri prima.
Dunque, dando le spalle al mare, c'erano tre alternative: a destra, Sestri Levante, bellina ma ci si arrivava in un botto e poi la strada era quasi tutta dritta. Davanti, le montagne: roba da gita domenicale. A sinistra, invece, i saliscendi tutti curvoni e gomiti e sfrizionate dell'Aurelia che portava a Genova. E per quanto la conoscessimo a memoria, era la sfida giornaliera.
Ci infilzavamo nel buio della galleria delle Grazie, con sotto il misterioso tunnel che pare ci tenessero dei cannoni su rotaia i tedeschi, e quei bunker attraenti (fino ai quattordici anni, poi chissenefregava) pieni di immondizie e mai un reperto, che so, un elmetto, un bossolo, un osso... niente; ecco, dopo la galleria, c'era (c'è) quel curvone largo e ben asfaltato, una delizia da sfregarci il ginocchio piegando al limite (i jeans costavano cari, ma le toppe andavano di moda), e poi, con il cervello spostato da una parte del cranio per la forza centrifuga, compariva quel grumo di pietre e mattoni bruni, circondato dai cipressi e in bilico sul golfo del Tigullio, che di castello aveva poco, nel senso medievale del termine: lo stile sembrava un po' da matti, un Gaudí depresso, per intenderci.
Più tardi avrei scoperto che il Sem di mestiere faceva il poeta e il drammaturgo, non il motociclettaio, e doveva rendergli bene, se poteva permettersi un maniero su uno scorcio da favola.

A quel punto si passava il rettilineo di Zoagli, con il bottegaio che in fondo alla discesa, cioè in senso inverso, stufo marcio di ritrovarsi ogni mattina una macchina, un camion, una moto o un torpedone incastrato nella saracinesca, aveva dipinto dei perfetti cerchi concentrici in bianco fluorescente, un bersaglio che stava lì a dire: «Venite giù dritti, deficienti belinoni, ma fate centro, che i muri mi costano di più». Funzionava, perché di schianti se ne registrarono di meno, in seguito.
Entrando a Rapallo si rallentava, per via dei vigili assatanati, e l'andatura da passeggiata permetteva di evitare le frotte dei baùscia (scusate, amici milanesi, ma per noi eravate tutti indistintamente dei baùscia; quante battaglie estive da secchia rapita, abbiamo allegramente ingaggiato... e non stiamo a recriminare sulle cause: la noia della provincia è madre di tutte le stronzate).

Dopo Recco, l'Aurelia la sentivamo meno nostra, era come se cominciasse un viaggio all'estero. Fino a Santa Margherita si registravano i record personali di percorrenza, i carabinieri ci conoscevano uno per uno e mandavano le multe a casa corredate di saluti ai genitori, ma più in là no, da Recco in avanti si trattava di territorio sconosciuto. Cioè, non ricordavamo ogni avvallamento, buca o strati di asfalto successivi.
E andare fino a Genova, La Città, quella che ci appariva come la più grande metropoli del mondo (il nostro mondo, a portata di Vespa o di Benelli, il bicilindrico due tempi, non il Sem della Cena delle beffe), rappresentava un evento da organizzare con settimane di anticipo.
L'Aurelia ci offriva un orizzonte di piccole città vuote d'inverno e stracolme d'estate, baie di pescatori come Camogli, il mare sempre a uno sputo dalle ruote e i monti verdi, che ogni tanto andavano a fuoco ma roba da ridere in confronto all'oggi. Genova, invece, fin da Nervi si annunciava come un magma di casermoni condominiali e stradone pluricorsie, e ci sentivamo un po' smarriti, in mezzo al traffico veloce, nevrastenico, e tutti quei semafori, e l'aria fetida di gas... ma erano ancora i tempi in cui l'odore della benzina ci piaceva, eccome. I capelli che puzzavano di scarichi combusti, la sera, erano il ricordo tangibile di una giornata memorabile.


di Giulio Nepi

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