Magazine Martedì 11 giugno 2013

Quando una ragazzina scopre una donna. E se ne innamora

Magazine - Il mio percorso sentimentale si svolse, per almeno trent'anni, in modo estremamente complesso.
Seguivo soltanto l'istinto, immersa totalmente nelle passioni. Mi specchiavo in un'unica parola: smarrimento. Tenevo però a portata d'anima il mio anestetico privato, un pensiero da usare nei momenti di maggiore fragilità.
Come non ridere a ripensarci? Mi consideravo una gran seduttrice. Naturalmente era un concetto lontano secoli dalla realtà, ma per qualche ora mi faceva stare bene.

Il mio grandissimo amore per le donne nacque quando ero ancora piccola e, nel giro di un'estate, passai dalla bambina che sognava di correre sui prati più veloce del treno, alle prime vere emozioni che non sapevo contenere.
Durante la quinta elementare ci fu il prologo. Ogni mattina, potendo uscire anche fuori intervallo, costringevo il mio braccio sinistro, timido e impaurito, a scuotersi, per avanzare la richiesta. Ma da solo non ce la faceva proprio. Allora, con l'altro mi davo una spinta con piccoli scatti, come a liberare gli ingranaggi dalla ruggine. Che poi alla fine - i suddetti ingranaggi - si disincastravano di colpo e mi ritrovavo di fronte alla classe a "mani in alto" e con un ondivago effetto di braccia ad "ola". In qualche modo riuscivo comunque a balzare fuori dalla porta.
E per cosa tutta questa fatica? Per camminare lungo la fila di cappotti ed arrivare a quello di Donatella, la sorella di un mio compagno, la quale stava a pochi metri, ignara, chiusa nella classe accanto la mia.
Dopo essermi guardata attorno, abbracciavo con tutta me stessa quel giaccone, assaporando un sentore vagamente selvatico di un proibito ancora sconosciuto. Il pomeriggio, a casa, allungata sul pavimento, dalla mia radiolina gialla ascoltavo Love is blue, sigla di un programma in quegli anni, e pensavo a lei.
Dopo pochi mesi, però, finì il periodo malinconico del mio amore, per passare ad una fase di
sensazioni decisamente più incisive.

A luglio partii, con mia zia e mia cugina, per una vacanza a Rimini, che non avrei più scordato.
Istintivamente vorrei raccontare di mia zia, ma occorrerebbero troppe pagine. Mi limito ad una
precisazione. Pensare a lei nella stessa stanza con un bambino, o ragazzino, era praticamente impossibile. I bimbi per lei costituivano motivo di tristezza. Se guardava una mamma, era solo uno sguardo angosciato e annoiato. Non accettò mai nemmeno la propria maternità. Era una donna brillante con movenze da attrice, amava porsi sempre al centro dell'attenzione. Non recitava con gli altri. Con se stessa, invece, sempre. Era una madre triste che fece mancare alla figlia il terreno su cui camminare, che fosse un prato o la vita. Non sarei mai andata con mia zia in nessun posto. Ma volevo stare con mia cugina, e lei con me.

Insomma, una mattina prendemmo, tutte e tre insieme, il treno verso la Romagna.
Il primo giorno a Rimini fu di ambientamento. Ma vissi ben presto la prima visione mozzafiato
della mia vita, e mi apparve direttamente in albergo. Una folgorazione che aveva un nome, Mara, 16 anni, viveva a Livigno, faceva la cameriera per pagare gli studi. I suoi capelli libravano perennemente al vento, ad ogni movimento, tanto che spesso alzavo le braccia, nuovamente a "mani in alto", per vedere da che parte arrivasse quell'aria invisibile che le agitava le chiome.
Impazzii per le leggere lentiggini sul suo volto e anche per quel misto di profumi che non compresi mai se fosse il suo shampoo, il suo docciaschiuma, oppure il nostro set bagno Fa al Lime dei Caraibi. Comunque per me divenne il profumo Fa, dolci raffiche di Mara.

Le nostre giornate al mare si svolgevano tutte più o meno uguali. Mia zia ben conobbe in spiaggia un gruppetto di vedovi e teneva banco da quelle parti. Le bastava che fossi pronta ad andare in camera per pranzo e cena a lavarmi e prepararmi, il resto non le importava, non guardava mai dove stessi. Mia cugina conobbe un ragazzo di Terni e veniva solo ogni tanto a controllare se fossi ancora in vita. Quindi mi sentivo del tutto libera di progettare un certo movimento. E no, macchè.

Non ero libera per niente. Mi aveva intercettata una coetanea di Bergamo, smorfiosetta e un pizzichino presuntuosa. "Giochiamo alle signore" intimava. Giocare alle signore? E che sfrigoloso gioco avrebbe mai potuto essere? "Facciamo finta che abbiamo le nostre borsette, facciamo finta che andiamo in centro a guardiamo le vetrine, facciamo finta che ci guardano tutti."
il congiuntivo ancora vagava nella Via Lattea, e la sua nascita fra noi avrebbe tardato ad arrivare.
O ma che gioco elettrizzante! Come avevo fatto a non pensarci prima?
“Facciamo invece finta che mi io allontani perchè una quasi signora sta per arrivare in spiaggia”. Pensai, di rimando.

E sì perché verso le 16, arrivava Mara con le sue colleghe e rimanevano fino alle 18. E a quel punto iniziavano i miei inseguimenti lungo la spiaggia, il lungomare, cabine e quant'altro perché le ragazze non stavano mai ferme. Credo non sapessero nuotare, perchè non le vidi mai tuffarsi.
Camminavano e basta. Correvo tenendomi sulla loro scia, e quando si fermavano mi nascondevo.
Poi a volte mi sfuggivano, ma le ritrovavo. Raramente le precedevo e mi celavo dietro una sdraio, intrufolandomi in mezzo a qualche famigliola.
"Stai cercando qualcosa?" mi chiedevano.
"Sì ma l'ho trovata, grazie. Ora arriva"
"Ma ti sei persa?"
"No, non mi perdo mai ho il mio riferimento, l'hotel Monica"
Che barzelletta: non mi perdo mai. Avrei passato soltanto i successivi quarant'anni a perdermi!

Comunque quelli erano i pomeriggi. Sognando la cena e la vicinanza di Mara mentre posava i piatti.
Al telefono mia mamma mi informò: "La zia si è lamentata, solo per pro forma lo sappiamo. Pare che tu non le dica mai nulla. In realtà non le importa molto, sappiamo anche questo. Ma parlale, per pro forma."
Cos'era, un nuovo tipo di piadina con il parmigiano? Uffa. Feci il grande sforzo.

"Zia, andiamo a vedere dove dormono le cameriere?"
"Oddìo - lei diceva spesso oddìo, espirando sopra la i dopo aver inspirato qualche frase prima - ma che te ne importa di dove dormono le cameriere?"
Si faceva presto a dire: "che te ne importa". Me ne importava. Con il pro e con la forma. Lasciai la zia al suo gioco a carte e andai da sola.
Come fui davanti alle stanze uscì, d'improvviso, Mara, proprio mentre ero chinata per ascoltare e capire, dalla musica che usciva fuori, quale fosse la sua .
"Cerchi qualcosa?"
"Sì ma l'ho trovata" e fuggii al piano di sopra a consolarmi con il profumo della Fa saponetta dolci raffiche”.

Però l'episodio più intenso, quello che mi avrebbe travolta in un mondo nuovo e sconvolta per mesi, avvenne una sera in una balera. Mia zia ci andava sempre con la sua schiera di vedovi e mi trascinava con sé, per pro forma.
Ballava, ogni tanto si sedeva, raccontando storie di vita con quel suo modo accentratore, muovendo le mani come fossero calamite di sguardi altrui. Non mi considerava, nemmeno mi cercava finchè non arrivava l'ora di andarsene. Qualche volta entrava mia cugina, ritagliandosi una sosta dai suoi giri, solo per chiedermi se avessi sete.

Avevo anche sete, sì. Ma più che altro ero concentrata. Come tutte le stagioni estive, anche quell'anno i motivi orecchiabili imperversavano ad ogni ora.
Era il 1974, e nella balera suonava un complesso che, ricordo, interpretava brani famosi come E tu, Piccola e Fragile, Nessuno mai, Più ci penso. Quelle canzoni eseguite dal vivo, la sensazione fisica dell'aroma di saponetta e il pensiero dei capelli al vento, mi procurarono i primi “seri” turbamenti. Fu in in quei momenti, ma anche nei pomeriggi prima della spiaggia, che mi scoprii a seguire il profilo delle ragazze nelle magliette strette e l'aderenza modellata dei jeans.

Comunque, la sera in questione, nella balera arrivò anche Mara. Il mio cuore si scatenò per la sorpresa e l'attesa al tempo stesso. Uno dei vedovi della zia, notandola, esclamò: "Devo proprio insegnare a ballare a questa ragazza, le servirà con i filarini". La invitò.
La zia andò in pista con un altro amico. Non ricordo la canzone, ma si trattava di un lento.

L'uomo con Mara, le sussurrò qualcosa ad un orecchio, lei annuì e appoggiò il viso sulla sua spalla. Rammento ogni momento, come se fosse successo solo qualche giorno fa. In quell'età ancora bambina stavo provando pulsioni già adulte. Le portai con me, da sola, come sempre, insieme ad altri pensieri e altre domande ugualmente segrete.
Interpretando adesso la scena, penso che l'uomo l'avesse rassicurata, invitandola a stringersi a lui per ballare, senza secondi fini.
Però, contrariamente a questa probabile realtà, la scena risultò altamente erotica e questo mi sconvolse i sensi.
Lei indossava una camicia bianca, piuttosto scollata. Con i colori del locale riflessi, un senso di imbarazzo crescente, il suo viso appariva di fuoco. E irresistibile. Del maturo ballerino notavo solo le mani, dieci dita lentissime che le sfregavano leggermente, a ritmo di musica, la stoffa sulla pelle. Ero seduta a due passi da loro, li osservavo ubriaca di sensazioni. Sembrava una scena delicatissima.

Posso dire ora come, invece, apparisse il preludio di un desiderio straripante l'uno dell'altra, tenuto dentro per mesi, anni. In quel momento ero combattuta fra la gelosia e il sogno di essere lui. Mentre vivevo l'apice di quel dilemma, cosa accadde? Cosa avrebbe mai potuto succedere? La zia mollò una sberla al suo cavaliere perchè troppo azzardato? Oppure, al contrario, ebbe la folgorante rivelazione di aver scoperto la prima passione vera della sua vita, e tanti carissimi saluti allo zione? Un temporale dirompente penetrato nella pista da ballo? Nulla di tutto ciò.

Mentre ero al culmine di quella febbre emozionale, arrivò un ragazzo romano che voleva sedersi ad un indefinito tavolino dietro di me, e non sapeva come accedervi.
"Che, me fai passà?" Ma li 'tonnacci' tua. Proprio mò dovevi arrivà? Mi alzai di scatto, spinta da eccitamento e malagrazia. Mix esplosivo, fatale, in un certo senso.
Perché diedi un colpo e feci barcollare ben due tavolini dietro di me, e tutti i bicchieri e bottigliette in esso presenti si trasformarono in un temporale dirompente di cocci e liquido attaccaticcio che si impregnò dappertutto - tranne che su di me, restai linda e innocente - . Oddio! No. Oddìo. E se la zia avesse dovuto pagare tutto? Ma, come cavallette, arrivarono fulminei due baristi a sistemare tutto in pochi minuti. E quando mia zia tornò a posto, era tutto sistemato. Avevo solo perso la fine del ballo che stavo amando, lasciandomi l'impronta del rimpianto.
Mi rivelai, quindi, esplosiva già da piccola seduttrice silente e spaventata. Quando poi da grande mi manifestai con spavalderia, i temporali ricordavano davvero tanto il clima tropicale, e con essi anche i cocci che restavano. Solo che non c'era più alcun barista a raccoglierli e nasconderli come nulla fosse accaduto.

di Chiara Sumuels

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