Magazine Sabato 1 giugno 2013

Saint‑Exupery, lo scrittore che voleva sempre volare

Antoine de Saint-Exupéry e il suo Piccolo principe in uno speciale francobollo delle poste somale

Magazine - Sembra il classico libro strenna di Natale. È un po’ di più. È un volume fotografico curato e cucito insieme come un vecchio album da Jean Pierre Guéno - autore dei testi - e da un fotografo compositore, Jérome Pecnard, il quale riesce a combinare l’arte del disegno e della scrittura in modi ingegnosi.

I ricordi del Piccolo Principe (Bompiani, 199 pp., 25 Eu) era già stato pubblicato in Francia nel 2009 con il titolo La mémoire du petit prince: da qualche tempo è sbarcato in Italia dandoci la possibilità di vedere – come dentro in un caleidoscopio – quanto il piccolo principe e Saint-Ex siano fatti della medesima carne.

“Ci sono brani delle opere di Saint-Exupéry che raccontano il suo percorso, ma anche lettere che aveva ricevuto, brogliacci, manoscritti, disegnini, etichette dei bagagli, passaporti e assegni scaduti, conti di albergo o menu di ristoranti, cartoline, fotografie”.
Insomma, tutta la sua vita, che è stata mozzafiato. Per la sua inquietudine e la sua incapacità di sopportare il quotidiano.

Da collegiale mordeva il freno come un puledro di razza anche se capiva bene che – dopo la scuola – ci sarebbe stata la realtà: ”Ma io sono un curioso tipo di collegiale. Sono un collegiale che capisce la propria felicità e non ha tanta furia di affrontare la vita…”, come avrebbe scritto in Pilota di guerra.

Voleva sempre volare, Saint-Ex, perché in terra si sentiva goffo, un albatro come quello di Baudelaire che di quell’uccello capace di veleggiare la notte intera sui mari in tempesta aveva dato una descrizione in cui si era ritrovato pieno di uno stupore riconoscente: "Il poeta è simile al principe delle nuvole/Che sfida la tempesta e se ne ride dell’arciere;/Esiliato sulla terra in mezzo alle urla,/Le sue ali di gigante gli impediscono di /camminare”.

Già nel 1921 diventerà meccanico e soldato di seconda categoria. Terrà dei corsi sul motore a scoppio e volerà sugli aerei Spad per compiere l’apprendistato da mitragliere. Il suo unico obiettivo: diventare pilota.

Nel frattempo la vita gli riserva il primo incidente d’aereo, una forma di avvertimento di cui non si dà cura. Nel 1923, al Bourget, mentre sta pilotando senza ordini né autorizzazione un Hanriot HD-14.
Ne ricava una doppia punizione: frattura del cranio e giorni di sosta forzata.

La cosa più significativa è che la sua fidanzata dell’epoca, Louise de Vilmorin, gli chiede di rinunciare al volo.
Con la morte nel cuore, nel settembre del 1923, rinuncia a volare e diventa ispettore di produzione, cioè contabile per una fabbrica di laterizi di Boiron grazie ai buoni uffici della famiglia della fidanzata.
Praticamente lo esiliano dalla vita e dalla possibilità di arpeggiare la luna.

Il fidanzamento scricchiola per andare in fumo subito dopo. Nel frattempo diventa anche rappresentante di commercio e venditore di camion dopo aver fatto uno strage da meccanico durato tre mesi per imparare a smontarne i motori.

Gira la Francia in lungo ed in largo da rappresentante. "Conduco una vita terribilmente solitaria, sempre in marcia. Assomiglio non poco all’ebreo errante, non dormo due volte nella stessa città, ne conosco di camere ammobiliate. Non succede niente nella mia vita, mi alzo, vado in automobile, faccio colazione. Ceno, non penso a niente. Che tristezza”, così scriveva da Gueret nel 1924 rivelando quel rifiuto feroce di una vita ordinaria che lo tormenterà sempre, come una voce interiore le cui parole lo spingevano a guardare sempre verso le stelle.

Anche la solitudine sentimentale non lo aiuta, perché tutte le ragazze con cui esce gli sembrano fatte in serie e vengono a noia dopo due ore:”Sono come delle sale d’aspetto. Ecco…”.
Lui chiedeva ad una donna qualcosa di molto più prezioso: "Mammina, quello che chiedo a una donna, è di calmare questa inquietudine. È per questo che se ne ha tanto bisogno. Non puoi sapere quanto si è pesanti e quanto ci appaia inutile la propria giovinezza. Non puoi sapere ciò che può dare una donna , quello che potrebbe dare. Sono troppo solo in questa camera”.

Forse il suo eterno male d’amore inizia proprio da lì, dalla madre Marie a cui avrebbe detto: "Mammina, ti amo come non ho mai amato nessuno”. È lei che gli aveva dato tutto un futuro di parole e di emozioni dentro le sue carezze: "Non puoi proprio sapere quale immensa gratitudine io provi per te, né quale casa di ricordi tu mi abbia dato”.

Poi ci sarebbe stata Consuelo, una vedova del Salvador conosciuta sul piroscafo Massilia in viaggio da Parigi verso Buenos Aires. È bruna come la notte, sensuale, avvolgente. Lui ha trent’anni ed una voglia terribile di fare il marito. Si sposano anche contro la famiglia di lui.
Il primo tentativo di matrimonio fallisce il giorno stesso della cerimonia. La madre di Saint-Ex non viene. Riuscirà a sposare Consuelo soltanto il 23 aprile del 1931, nel castello d’Agay.

La futura moglie viene al matrimonio portando ancora il lutto del primo marito. Nel libro compaiono degli scatti che Man Ray, il grande fotografo, fece a Consuelo: sono le immagini di una belva dentro un sorriso che rivela una specie di consapevolezza lontana. È la moglie di Saint-Ex, la sua. Per lei scrive anche una preghiera da leggere tutte le sere, soprattutto quando il marito era in volo, dentro la notte, verso quel mare che alla fine lo avrebbe ricondotto a sé, inghiottendolo dentro un mistero: "Signore, risparmiagli soprattutto l’angoscia… Aiutami a essere fedele e a non vedere quelli che lui disprezza o che lo detestano. Questo lo fa soffrire perché lui ha messo la sua vita in me”
Lei, non sapeva, ma forse aveva intuito come oscuramente sanno presagire soltanto le donne: "Caro, anch’io nell’eternità, ti aspetterò tranquilla”. Come la notte.

di Alberto Pezzini

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