Magazine Mercoledì 15 maggio 2002

Io e l'idiota

Magazine - Stufa per tutti i fallimenti che avevo collezionato, decisi, che bhè, sì, insomma, non bisogna mica sempre innamorarsi, si poteva fare del sesso e quattro risate con qualcuno senza necessariamente volerlo sposare. Perché soffrire e stare male quando ci si poteva divertire?
Che stupida a non averci pensato prima, che cretina, figurati se qualcuno disposto a questo non lo trovo. Naturalmente decidevo io se lui doveva essere consapevole o meno della questione.
Volevo un animale, qualcuno con poche idee e banali, possibilmente rozzo e rude, non certo incline a speculazioni filosofiche. Qualcuno che non si facesse il minimo problema… per niente. Bhè, non esageriamo, non volevo un uomo di Neanderthal, ma già l’uomo Herectus sarebbe stato perfetto.
Un giorno mi trovai con una compagnia di ragazzi miei amici per andare a ballare e…vidi Lui!
Il cuore mi si fermò nel petto mentre scendeva dalla macchina, pelato come un ginocchio, alto, grosso, vestito completamente di nero, calzava un paio di stivali di pelle.
È lui!, mi dissi. In più aveva una voce che faceva tremare le pareti e faceva stupendi errori grammaticali, quando parlava, tipo: “C’ho detto…”.
Lì per lì mi ero un po’ spaventata perché era arrivato con un libro in mano, ma l’aveva portato per restituirlo alla mia amica e gliel’aveva ridato dicendole : “Non c’ho capito un cazzo!”.
Queste parole erano musica per le mie orecchie, l’avevo trovato.
Quella sera non fu molto fruttuosa, diciamo che si accorse a malapena che esistevo, anzi, probabilmente non se ne accorse nemmeno. Comunque io non mi diedi per vinta e, come al solito, ogni volta che lo incontravo cercavo di parlargli, non so quanto si può essere ricordato di questi approcci, siccome era sempre ubriaco. Ma bisogna ammettere che io ce la mettevo proprio tutta. Mi sperticavo in enormi sorrisi e cercavo di entrare in ogni conversazione che lo coinvolgesse. Diciamo ottenendo scarsi risultati, in quanto gli unici argomenti che sembravano interessarlo erano le moto, il cibo e le droghe pesanti.
Ad unirci fu il caso, perché se aspettavo lui, avrei fatto prima a laurearmi in aramaico antico.
Una sera d’inverno…mia madre, era andata a completare l’ennesimo round di lotta con le tubature dell’acqua del nostro palazzo, lasciando la casa deserta ed un laconico biglietto sul tavolo che, cito testualmente, diceva: “Ha chiamato Luca”. Siccome le mie conoscenze di Luca sono stranamente scarse, e siccome il fine settimana prima avevo fatto particolarmente la scema con lui, per me, 2 + 2 faceva 4 ed era lui che mi aveva chiamato. Purtroppo non sono mai stata brava in matematica…infatti quel Luca era un vecchio compagno di università. Pensate che mi sia venuto in mente? Nemmeno per un secondo, sicura del mio fascino alla Mata Hari, ho sollevato la cornetta ed ho parlato per mezz’ora di cazzate con uno che non sapeva nemmeno perché gli avevo telefonato.
Lui è stato così carino da non chiedermelo, comunque avevo ottenuto un buon piazzamento nella classifica delle “figure di merda”.
Io ignara riattaccai il telefono, e subito il maledetto risquillò, stavolta era Luca, quello vero, che mi chiedeva se avevo ancora un vecchio libro di economia politica. Credo di averlo liquidato farfugliando qualcosa del tipo, scusa ti devo lasciare perché l’elettricità statica del mio tappeto ha fatto reazione con l’antipulci ed il mio gatto ha preso fuoco (io non ho un gatto).
Comunque il più ormai era fatto, non so come, forse l’avevo sottovalutato, ma…aveva capito!
Il fine settimana seguente ottenni un invito per andare a ballare e qui, tra goffaggini varie, forse dovute ai vari “fuori pasto” che usava concedersi - tipo: droga, alcool… - cominciai ad uscire con lui. Credo che l’avrebbe fatto anche se fossi stata uno stambecco, bastava farglielo capire, perché i suoi criteri di selettività in quel periodo erano lievemente annebbiati. Diciamo che sarebbe uscito con qualsiasi cosa avesse facoltà di movimento.
Cominciò un periodo di autodistruzione totale, ho ricordi vaghissimi dei miei fine settimana, o meglio, ricordo certi posti, ma sono ignara di come possa esserci arrivata e non voglio nemmeno saperlo. La vita era una festa continua di cene offerte, vino e superalcoolici.


di Donald Datti

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