Magazine Martedì 7 maggio 2002

Io e l'uomo dei canestrelli (parte II)



Nel frattempo continuavo ad incontrarlo in qualsiasi posto frequentassi e naturalmente lo abbordavo ogni volta. La volta più clamorosa fu quando, saranno state le due di notte, lo incontrai davanti ad un locale, in un mare di folla. Io ero con amici ed uno di loro, in preda ad un attacco di fame, stava mangiando l’unica cosa che era riuscito a procurarsi in un infimo bar lì vicino, in cui, quando il padrone era occupato, ti servivano direttamente le pantegane: una confezione di canestrelli genovesi cosparsi di impalpabile zucchero a velo.
Io lo vidi avvicinarsi, il mio cuore accelerò i battiti, le distanze si accorciavano, cominciavo a respirare a fatica, era ad un metro da me, sorrisi come il maggiordomo degli Addams (quando è allegro). Mi sfiorò, salutandomi, per passare dall’altra parte ed io in quel momento percepii, come se giungesse dallo spazio siderale, la mia voce che diceva: «Ciao, vuoi un canestrello?».
Ancora adesso mi chiedo perché in quel momento non sono esplosa. Adesso graviterei nell’orbita terrestre in milioni di frammenti e sarei felice. Lui, rispondendomi, (si sa, con i malati mentali bisogna sempre essere pacati e gentili) disse di no, ma che potevo portarglieli in biblioteca il lunedì successivo.
Cosa fa una persona ragionevole allora? Sorride e lascia perdere. Cosa faccio io? Compro i canestrelli e glieli porto il lunedì successivo. Credo si sia spaventato moltissimo. Ma non contenta di ciò, decido che è arrivato il momento di agire.
Una mattina con un pretesto lo accompagnai in mille commissioni e da lì a casa, o quasi. Nel tragitto cominciai a parlare, ancora adesso mi chiedo dove avevo trovato il coraggio e perché in quel momento la terra non si è aperta sotto i miei piedi inghiottendomi, digerendomi e dandomi nuova vita sotto forma di humus per parchi comunali.
Non lo so.
Rivedo ancora adesso il suo profilo e la sua espressione tra lo stupito e il divertito, penso trattenesse a stento le risate. Ma lui è un nobile cavaliere, prima di tutto.
Lo sentii tentennare nel dare le risposte, ma penso fosse difficile capire dove andare a parare con una che ti aveva manifestato i propri sentimenti esprimendosi come Dustin Hoffman in Rain Man.
Si espresse nel modo migliore possibile, non fu molto chiaro lo stesso, ma penso che se lo fosse stato maggiormente ne avrebbe risentito la mia autostima, è anche un gentleman dopotutto.
Mi disse molte cose, la maggior parte senza senso…ma certe volte nella comunicazione, conta come una cosa si dice, non quello che si dice.
Non sono mai stata scaricata con più triste compunzione.
Tornando pensai, che magari era in un periodo no, in cui non voleva legami… ecc. Perché la mente umana si ostina a non accettare quello che è così evidente?
Prima di lasciarlo mi ero fatta assicurare che no, non era per come io ero fuori… come se chiedendo al ladro di professione: ”Tu rubi?” lui rispondesse : “No, coltivo bambù, a scopo ornamentale”.
Ma…passò il tempo.
Un giorno lo rividi, non era solo, scortava una principessa, di nome e di fatto… Se fossi stata una strega cattiva li avrei fulminati all’istante, ma no, io non sono una strega cattiva.

Claudia Bonani

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