Magazine Martedì 7 maggio 2002

Io e l'uomo dei canestrelli

Ci sono persone nella vita che vorrebbero essere lasciate in pace e quando si innamorano vorrebbero sentirsi come paladini, per questo scelgono solo principesse. Naturalmente se non siete una principessa, né tantomeno nobile, lasciate perdere.
Bene.
Dove lasciate voi comincio io.
Con il mio spettacolare fiuto per l’uomo sbagliato, avevo trovato un altro candidato a “uomo della mia vita”. Stavolta in biblioteca. Era uscito l’anno prima con l’amica di un mio amico, ecc., ecc… così ero riuscita a scambiare con lui qualche parola, e da quel momento avevo cominciato a salutarlo dovunque e comunque l’incontrassi e avevo continuato pateticamente tutta l’estate. Diciamo che avevo imparato i suoi orari a memoria e se sgarrava di qualche minuto nel comparire cominciavo a sudare freddo, sbirciavo la porta, andavo a prendere qualcosa da bere al distributore automatico.
Naturalmente da vera Super-goffa quale sono, più cercavo di incrociarlo e più sbagliavo le coincidenze. Diciamo che sarei un ottimo ministro dei trasporti, se fossi una rondine migrerei verso l’inverno dell’Alaska da sola, volando a pancia per aria mentre ascolto il walkman, incrociando tutte le rotte di voli charter del globo.
Quando arrivava, in quei 25 secondi circa in cui ci guardavamo negli occhi, dicendoci «ciao»…«ciao», io concentravo tutto il mio sex-appeal, ma credo che invece di assomigliare a Meg Ryan (la donna della sua vita) sembrassi decisamente più simile allo “Stregatto” di Alice nel paese delle meraviglie. Culo largo, occhi spiritati e sorriso stampato.
Un giorno il mio amico (e non è un amico immaginario, giuro, lui esiste davvero), mosso a pietà, in quanto stavo dando evidenti segni di squilibrio psichico, tipo parlare con le maniglie delle porte o arrivare puntuale tutti i giorni senza perdere il treno nemmeno una mattina, decise di fare in modo di parlargli.
Da quel giorno, come un equilibrista su di una corda tesa, il mio amico faceva di tutto per introdurmi nelle conversazioni, come due esperti cabarettisti lui mi dava l’imbeccata ed io rispondevo, mancava solo il colpo di batteria finale. Magia, magia la cosa riusciva sempre, o quasi. Io lo vedevo già, novello cupido, ad officiare la nostra unione.
Non pensavo che si può essere gentili con una persona, semplicemente perché è una persona e non perché si vuole un figlio da lei. Comunque non studiavo più, ma questa non è una novità, non dormivo più, non mangiavo più, ed è allora che cominciai veramente a preoccuparmi.
Decisi che se si fosse presentata l’occasione gli avrei detto quello che provavo.

di Donald Datti

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