Concerti Magazine Lunedì 6 maggio 2002

Canti berberi per una sera

Magazine - A cercare “ombelichi del mondo” si fa sempre in tempo. E non è nemmeno detto che si debba andare in pellegrinaggio al Palasport per rendere omaggio al Cherubini nazionale. Sarebbe stato sufficiente entrare nella (quasi) inedita cornice del Teatro della Corte ed assistere ai Chants et Danses des Femmes du Maroc.
Spettacolo tanto accattivante nelle premesse quanto difficile nei risultati e nell’acquisizione di una complessa materia sonora; come complesse sono le differenze e le lontananze culturali di un pur vicino (nonché comune) Mediterraneo.

Il canto berbero, oggi, è una koiné musicale ricca di contaminazioni stratificatesi nel tempo: i ritmi dell’Africa nera si sono sommati alla sinuosa linearità del canto arabo in un impianto culturale dotato di una specificità autonoma.
Una performance tutta al femminile che ha visto l’alternarsi della cantante Aicha Redouane a due gruppi (Bnets Sidi Mimoun e Houriate La Kasba).

Aicha plasma sul suo canto poesie del repertorio berbero marocchino (Thamdiatz e Quasida) denotando un saldo controllo dinamico del flusso melodico: c’è compostezza, armonia ma, soprattutto, coscienza vocale.

Poi è la volta dei due ensemble: le scansioni ossessive delle percussioni, accompagnati da monodie ipnotiche, dimostrano quanto sia importante il ritmo in questo tipo d’ interpretazione. Si assiste ad una circolarità sonora capace di creare un’atmosfera insolita, talvolta rumorosamente sospesa.
In apparenza tutto codificabile, dalle sovrapposizioni dei tempi al susseguirsi, quasi nevrotico, di voci sdoppiate tra battere e levare. Eccolo il nostro limite: la necessità di offrire una spiegazione “critica”, “estetica” ad un evento che, comunque, vive per se stesso, da secoli, in una tradizione estranea all’oleografica psuedofolkloristica.
Lo spettacolo è solo un sampler (se non un pretesto) per un uditorio occidentale, sicuramente affascinato, ma anche disorientato a carpire sfumature e segnali che nessuna lingua può tradurre (se non una notevole apertura prima “acustica” e poi “mentale”).

Ci siamo divertiti e, forse, una piccola lezione l’abbiamo imparata: gli ombelichi del mondo, come le nostre idee, si spostano e accettarne i movimenti è sintomo di grande tolleranza.

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