Magazine Lunedì 6 maggio 2002

Una virgola di troppo

Zero, virgola
Silvano Dodero
De Ferrari Editore
13 Euro

Silvano Dodero con il suo libro Zero, virgola si è aggiudicato il Premio Garcia Lorca, nella sezione dedicata alla narrativa edita. Giunto alla XIV esima edizione, il Concorso Letterario Nazionale, torinese, (info 011 8004922 ), di cui è presidente il poeta Luigi Tribaudino, nella giornata di domenica 19 ottobre, a partire dalle 10, presso il salone Arca (v. Assarotti - Torino, zona Porta Susa), consegnerà allo scrittore Dodero il riconoscimento. Gli abbiamo chiesto come vive questo momento e se per lui è stata una sorpresa o una conferma:

Senz’altro una sorpresa. In queste cose c’è sempre lo zampino delle case editrici, ma chi scrive con una piccola casa editrice come me, non corre mai questo rischio. E’ una vittoria onesta, di questo sono molto contento. Apprezzo molto per altro l’associazione (Associazione Culturale Due Fiumi, ndr) che organizza questa manifestazione letteraria, di cui è presidente Luigi Tribaudino poeta, molto attivo in ambito culturale, che conoscerò volentieri domenica.

Per l'occasione vi riproponiamo la recensione del libro di Donald Datti, del 6 maggio 2002, molto apprezzata da Dodero.

Zero, virgola, di Silvano Dodero è un libro strano. Lo è a partire dal titolo, che nello svolgimento del romanzo (perché di romanzo si tratta) trova più di una spiegazione possibile. Ma comunque lo si spieghi, lo “0,…” è un’ossessione: è quello che manca per fare una lira, è quello che manca per ottenere un punto nella graduatoria d’insegnamento, è il diametro del foro di un preservativo che potrebbe cambiare la vita. È la tanto odiata misura che decide la promozione o la bocciatura nell’officina di un istituto tecnico. È un tarlo invisibile e costante, è un senso di inadeguatezza, è il segno tangibile e sfuggente della propria miseria.

Ma Zero, virgola è un romanzo strano anche per quel che riguarda lo stile. Dodero scrive una lingua che raramente capita di incontrare. Magari un po’ leziosa in alcuni artifici letterari, nella ricerca della trovata brillante a tutti i costi. Però è una scrittura piacevole, scorrevole, che si fa apprezzare. Ma ciò che rende ancora più affascinante questo libro è la struttura. La narrazione procede infatti per continue digressioni e accumulazioni. Le vicende (che poi sono una: la vita del protagonista, che ci guida a scoprire la sua infanzia nella Genova degli anni ’50 e ’60, poi a Milano, tra avventure amorose, tradimenti, tragedie e brume nordiche) si aggrovigliano senza stacchi, senza soluzione di continuità. È un racconto affascinante, che si dipana lungo il filo della memoria, senza nostalgie precotte e melense.

L’infanzia e l’adolescenza non sono velate di romanticismo, la madre del protagonista è poco meno che una megera, barricata su posizioni sessuofobiche e castranti. I tempi delle scuole superiori sono un calvario, tra libidini che non trovano sfogo e desideri di fuga che si arenano a Nervi. Boccadasse non è ancora l’incantevole angolo del pittoresco genovese, la povertà è un motivo costante, come lo è il sesso. Represso dalle figure femminili che il protagonista si trova in casa (la madre, la zia e la nonna), represso dagli insuccessi con le prostitute e con le servette. Infine sfogato con una “compagna”, una ragazza conosciuta alla sezione del Partito Comunista.

Insomma, un libro pieno di spunti e di risorse. L’unico appunto è per la veste editoriale, che risente un po’ di alcuni refusi.
di Donald Datti

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