Magazine Martedì 14 maggio 2013

Stefania Bianchini, una vita al centro del ring. L'intervista

Stefania Bianchini
© Giovanni Buzzi

Magazine - La musica che le si addice è Mozart. La ascoltavano Denis Finch Hutton e Karen Blixen nel film La mia Africa, davanti alla savana.
Anche lei ha combattuto come una leonessa, non si è data mai per vinta, se non quando la sua carriera ha incontrato la discesa.

Nata il 4 novembre, è uno scorpione. Come tutte le persone del suo segno (Alain Delon per esempio, o Picasso), non conosce la quiete.
Nel libro ha avuto il coraggio di raccontare il suo divorzio, perché le cose vanno fatte bene ed i pugni vanno dati tutti.

Stefania Bianchini o La combattente (Ritratto di una donna sul ring, Limina, pp. 207) è una autobiografia scritta a quattro mani con Antonio Voceri, giornalista umorista dalla penna intonata.

A Stefania – molti non lo sanno – si deve la boxe femminile, o la sua effettiva liberazione da tanti preconcetti oggi superati.
Arriva sul ring dalla Kick Boxe per cui è stata campionessa del mondo nel 1996 Wka conquistando il titolo a Parigi.
Quando sposa la boxe si laurea campionessa mondiale Wbc pesi mosca nel 2005.
Difende il titolo per quattro volte, fino al 2008, quando perderà la difesa e la rivincita contro Simona Galassi.

Oggi lavora a Milano come personal trainer di fitness, kick boxe e pugilato. Siccome ha una bella voce è commentatrice tecnica per Eurosport.
La sua tesi in Scienze Motorie è stata: Conseguenze muscolo – scheletriche a carico degli astronauti in assenza di gravità.
Voleva respirare lo spazio, riempirne i bordi del ring per renderlo meno asfittico e non sentirsi prigioniera.

Ha posato in un progetto di beneficenza per Giorgio Armani, Facce da sport. I suoi due scatti – in un bianco e nero intenso – sono stati preferiti a quelli di Ronaldo, Serena Williams o Carl Lewis.

Non ha avuto un buon rapporto con Rino Tommasi. Stefania è colei che ha sdoganato la boxe femminile in Italia. Il grande Rino – davanti ai cui occhi è passata tutta la boxe maschile del siglo de oro mondiale – non ha mai abbandonato le sue riserve sulle donne in mezzo ad un ring.
Pazienza. Non ha mai accettato manager se non le andavano a genio. All’inizio della carriera la chiamano Fiorellino. Per un vestito a fiori che portò una sera.

Nessuno oggi se ne ricorda ma ha partecipato al Maurizio Costanzo Show, al teatro Parioli, insieme a Sgarbi – di cui aveva una fifa blu anche se sarà gentile con lei – e ad un giornalista sportivo.
Dopo aver ascoltato le critiche di quest’ultimo sulla boxe e alcune “nefaste” statistiche,lo investe come un caribù in corsa: "Scusi, ma lei cosa ne sa della boxe?".
Era Gianni Minà, il biografo di Cassius Clay.

Ha una collezione invidiabile di cinture vinte e difese. Una vita al centro del ring, senza mai avere paura di nessuno, andando avanti come un tir, anche quando si trattò di andare in Giappone, dove le donne sul ring sono pantere nere.
Oggi ha una figlia di tre anni e, purtroppo, non va più in bicicletta. Prima, quando viveva a Milano in una mansarda romantica in centro, divorava in sella tutti i suoi spostamenti.
Quando si ricorda quella libertà a due ruote,sente come un pizzico al cuore,o giù di lì.

Hai nostalgia del ring?
No. Lo considero una fase della mia vita che si è conclusa.

L’emozione più elettrica che ricordi?
Stare sul ring con tutte le persone intorno, quel vociare indistinto. Le telecamere.

Cosa ti è rimasto oggi dell’ultima fase della tua carriera?
Il dolore alle mani, che è comunque una cosa normalissima per un pugile, anche per chi come me ha un fisico di ferro.

La persona che ti manca di più?
Mio padre. Era un uomo che non perdeva mai la lucidità nei momenti critici. Da lui ho ereditato la freddezza quando tutti intorno gridano e sai che devi risolvere una situazione con un colpo chirurgico.

Con te la boxe femminile è venuta ufficialmente alla luce, ha acquistato una visibilità che prima non aveva. Eppure ti hanno sempre un po’ considerata una combattente non “pura” perché arrivavi da altri sport.
Sono sempre stata scomoda e non facevo parte del pugilato in senso stretto. Arrivavo da altre aree, dici bene tu.

Ma non importa, Stefania, dico io: per me, per noi, nonostante tanti arbitraggi antipatici, resti la nostra Million Dollar Baby.
Viva e vegeta, e funzionante, grazie a Dio.

di Alberto Pezzini

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