Magazine Martedì 30 aprile 2013

Tra giochi diplomatici e vizi nazionali, il Risorgimento visto dagli Inglesi

L'incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, momento apicale del Risorgimento italiano

Magazine - Vi è una bella cultura anglosassone che tratta del nostro risorgimento: analisi poco conosciute, ma che risultano di notevole interesse. Lo studioso britannico Denis Mack Smith ha ricostruito scrupolosamente i tentativi compiuti da Cavour per influenzare l’opinione pubblica inglese, consapevole del fatto che questa potesse rappresentare un mezzo di persuasione per la classe politica.
L’opinione inglese e la sue forze politiche erano divise riguardo il processo di unificazione italiana; ostile a questa erano in primo luogo le comunità cattoliche, l’Irlanda cattolica e la corte inglese stessa.

D’altra parte proprio la politica antipapale di Cavour era considerevolmente apprezzata da vasti settori britannici, settori che non a caso si erano accesi di fronte all’esperienza mazziniana della Repubblica Romana o delle spedizione di Garibaldi.
I liberali inglesi apprezzavano anche lo sforzo di modernizzazione italiano volto contro il potere papale, ma proprio per questo sforzo, l’approccio nei confronti dell’unificazione non avveniva per un apprezzamento della questione nazionale.

Gli Inglesi leggevano la causa italiana come una ribellione all’oppressione clericale, non leggevano invece, un elemento centrale come l’avversione al potere austriaco. Da qui un appoggio alla causa italiana, che non prevedeva una diminuzione dell’invadenza austriaca o una prospettiva unitaria, quanto il cambiamento di regimi dispotici al fine di favorire una modernizzazione delle varie regioni. Sul tema della modernizzazione c’era molta sintonia con l’operato di Cavour, ma la sua immagine doveva sempre confrontarsi con i mutamenti della politica estera inglese.

Seguendo la logica di analisi di Mack Smith, egli ha dimostrato che le fortune politiche, economiche e sociali, ma anche le delusioni e le sconfitte di Cavour nel regno britannico, dipendevano dalla valutazioni politiche del Regno Unito nei confronti del Piemonte.

Durante la Guerra di Crimea, Cavour giocò bene le sue carte, riuscendo a ottenere una dichiarazione inglese contraria alla politiche attuate dal Regno delle Due Sicilie e dallo Stato Pontificio; invece nel 1859, Cavour pagò il combinarsi della sua alleanza con i francesi, mentre in Inghilterra, la nuova guida governativa era dichiaratamente conservatrice. Inoltre, nel 1860 il ritorno dei liberali al governo inglese, portò ad un miglioramento delle relazioni compromesse l’anno precedente, sebbene la forte resistenza da parte dalla minoranza conservatrice e della regina.

I rapporti rimasero incerti anche per il timore delle mire espansionistiche di Napoleone III, ma il sostegno al progetto di annessione dell’Italia Centrale a Torino e la spedizione di Garibaldi furono letti dagli inglesi come fattori sfavorevoli al progetto dell’Imperatore francese. Come tende a sottolineare pedantemente anche l’attuale stampa neoborbonica, rilanciare l’importanza del ruolo svolto dagli inglesi nei mesi della spedizione dei Mille, a differenza di alcuni grandi storici italiani, tra i quali Romeo, il grande biografo di Cavour, è importante poiché anche parte della storiografia anglosassone, pur non negando come nei disegni inglesi non rientrasse l’obiettivo dell’unificazione italiana e chiaro che ogni appoggio dato al Regno Sabaudo va letto in chiave anti-francese.

Decisiva è la lettera inviata da Lord Russell a Cavour il 17 Ottobre 1860, in cui veniva affermato come l’Inghilterra riconoscesse la legittimità dell’invasione dello stato pontificio e dell’annessione delle provincie meridionali. Ritornando al lavoro radicale svolto da Mack Smith, come ci ricorda anche Emilio Gentile, lo statista piemontese è ritratto non come il grande liberale che vuole unificare l’Italia per metterla sullo stesso piano delle grandi nazioni moderne, ma viene descritto come il cinico e abile ministro della monarchia sabauda che utilizza tutte le arti della diplomazia, anche le più deplorevoli, per raggiungere il risultato di espandere il Regno di Sardegna.

Emilio Gentile ci ricorda che secondo tale visione, in Italia il liberalismo è stato poco più di una parola e che tutta la nostra storia è invece impregnata di autoritarismo. La vicenda nazionale da Cavour in avanti è appiattita come sostanziale anticipazione del fascismo.
La tesi centrale dell’opera di Smith è che se ad un grande successo politico conseguito nel secolo decimonono, fecero seguito nel ventesimo secolo la crisi e la disfatta, ciò fu dovuto in larga misura a errori di politica estera risalenti a loro volta a vizi contingenti della costruzione politica interna. Questi vizi furono più di ogni altra cosa impedimenti all’Italia di diventare una nazione liberale e prospera come era stato nell’intenzione di alcuni dei suoi fondatori.

Una semplificazione, quella di Smith, che riduce la storia italiana a storia di trasformismi, affidandosi ai peggiori stereotipi sul carattere nazionale. Gentile ci ricorda come contro Smith ci fu un attacco concentrico, nessuno storico se ne assunse la difesa. Interessante, invece, constatare che la saggistica di Mack Smith ebbe grande successo presso il pubblico, caso singolare e spettacolare per la saggistica storia di quegli anni. Sostanzialmente Smith diceva agli italiani dopo il fascismo: “avete sbagliato tutto, da quando siete nati”. A solo quattordici anni dalla fine della seconda grande guerra, gli italiani provenivano da una sconfitta definitiva di tutto ciò che era stata per tre o quattro generazioni l’illusione di essere una grande potenza. A quel punto nasce e si sviluppa un sentimento di colpa nei confronti della storia: abbiamo voluto troppo. Ma, sempre come ci ricorda Emilio Gentile, autoflagellandosi, dichiarandosi umili, modesti e piccoli, gli italiani si sono praticamente assolti, evitando qualsiasi serio e dettagliato esame di coscienza.

Nascosti dietro la grandezza dell’umiltà non abbiamo fatto i conti con quello che avevamo alle spalle, a cominciare dal fascismo: non dimentichiamo le polemiche ancora oggi più che vive che mai sui repubblichini, per alcuni eroi, per altri assassini, di Salò. Tutto questo si è riflesso anche nel modo in cui è stata costruita la Repubblica e ci spiega perché sia mancato un civismo repubblicano. Indispensabile analisi è quella del cercar di capire come si muove e si sviluppa questa propensione all’autoflagellazione che può essere ricondotta alla secolare tradizione cattolica, che nella confessione del peccato dà per scontata l’assoluzione. Gli italiani confessando i propri peccati, sono convinti di essersi immunizzati dalla responsabilità di averli commessi. Ma l’insistenza sul carattere italiano va riferita allo stesso Risorgimento, che nasce proprio come uno scatto d’orgoglio da una condizione di umiliazione.

di Domenico Letizia

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