Magazine Venerdì 19 aprile 2013

Valerio Massimo Manfredi, lo scrittore che trasforma la storia in emozione

Valerio Massimo Manfredi

Magazine - Valerio Massimo Manfredi è un uomo che ha visto più di un mondo. Per lui narrare significa trasmettere emozioni. Vivere senza sarebbe come morire.

Si è abituato presto a viaggiare nel tempo. Ha cominciato insegnando topografia del mondo antico, una specializzazione in cui le fonti ti permettono di conoscere a distanza di secoli anche i movimenti delle truppe su di un deserto vasto come il mare. L’ha insegnata per sei anni alla Cattolica di Milano fino a quando per un incidente di percorso ha dovuto interrompere il suo rapporto con l’ateneo milanese.

Un collega americano gli propone poco dopo un corso estivo di etruscologia. Un signore assiste ad una sua lezione e ne resta impressionato. «Scusi, perché non viene ad insegnare per noi?» «Ma voi chi sareste?» domanda un incuriosito Manfredi. «Noi siamo la Loyola University di Chicago e abbiamo qui in Italia il Rome center of Liberal arts».
Da quel momento l’insegnamento imbocca una via internazionale: tiene un corso alla Sorbona, seminari e conferenze a Oxford (New College), Bilbao, Los Angeles, L'Avana, e ancora sei anni alla Bocconi. È stato visiting professor in giro per il mondo: memorabile una  sua Lectio Magistralis a Camberra, in Australia.

Anche la sua attività scientifica non si è mai fermata, anche se oggi è meno intensa. D'altro canto la sua febbrile produzione letteraria, di narratore puro, nasce come una costola di quella accademica. È anche un efficace conduttore televisivo: attualmente conduce Metropoli su Rai 3, prima ha condotto altri programmi molto seguiti, tipo Stargate e Impero per La7.

Per Manfredi la storia, tuttavia, resta una maestra piuttosto dura. Il suo talento più evidente è la capacità di narrare tipica del grande nomade. Manfredi è un aedo, un cantore che potrebbe recitare una storia anche nel buio. Conosce bene le vie dei canti per appassionare una persona. Usa la parola come un mezzo più che come fine a se stessa. Non ha mai scritto poesia ma ne legge in continuazione.

«La narrativa è più antica della storia, e ha fine e mezzi diversi: deve affascinare ed emozionare e per questo può permettersi di immaginare ciò che non è e non è mai stato. La storia deve costruire la memoria comune del genere umano e deve cercare la verità. Su di essa quindi incombe l’onere della prova». È per questo che le opere storiche sono corredate di citazioni di fonti, note e bibliografia.

«Lo storico quindi deve comportarsi come un giudice imparziale, mantenersi freddo e distaccato testimone di un passato che deve raccontare con l’unico obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla verità».

«La narrativa invece non ha limiti se non quelli della verosimiglianza e del rispetto delle verità acquisite e deve tendere alla miglior qualità espressiva possibile».

Alexandros (Mondadori) che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ed è stato tradotto in 37 lingue è fantasia al galoppo, dove l’intreccio storico viene rigorosamente rispettato ma animato dalle emozioni di chi ha cercato di far rivivere un personaggio con la propria sensibilità. Manfredi – che ha il fisico di un centurione romano sbalzato su terracotta – usa la tecnica dell’altoforno per scrivere. Ci dà dentro fino a quando sente la materia muoverglisi nelle mani, incandescente. Si chiude dal tardo pomeriggio nel suo studio e va avanti senza fermarsi mai, finchè c’è scrittura. Possiede un forte spirito di sacrificio tramandatogli dai suoi genitori.

Non si nega mai al telefono. Ha un accento rotondo, tipico della sua terra, a metà tra Bologna e Modena. Quando ci parliamo la prima volta, è quasi mezzanotte. Risponde da Roma, dove ha la sua seconda casa, dentro un palazzotto del Seicento in cui ama stare perché l’urbe è la più grande capitale del mondo mentre il suo quartiere è a misura d'uomo.
Ha sempre lavorato la terra quasi godendo di un corpo abituato alla fatica. Come i suoi fratelli ha sviluppato mani larghe, potenti, che hanno conosciuto cosa sia la stanchezza, quando scende la sera. I suoi valori sono pochi, ma formidabili (da formido, paura).

Non cambierebbe la sua quiete interiore per niente al mondo. Vive in prima persona le sue storie di avventura in cui è il primo a divertirsi. I suoi personaggi – secondo lui – si fanno strada nella storia da soli. Uno di loro gli ha cambiato la vita. Alexandros, un uomo che si spinge fino ai confini dell’ubris, rappresenta l’incompiuto che si cela nel cuore delle persone. Egli incarna il vero lato oscuro dell'anima, ciò che noi tutti avremmo voluto essere e che il fato ha troncato di netto a soli trentatré anni. È anche il personaggio che lo ha portato ad essere un autore da quindici milioni di libri venduti nel mondo. Per Manfredi Alexandros è stato il vento caldo del deserto. La passione, l'emozione di tutta una vita di studi e di scavi, si è infilata in quel personaggio che oggi è addirittura entrato anche nel mondo digitale dell'Ipad.

Odisseo è invece il testimone di un'altra età di Manfredi. Non a caso il suo libro preferito è l'Odissea. Odisseo, l'uomo dalla mente variegata e dai pensieri complessi, rappresenta il nomadismo, il viaggio continuo intorno al mondo e, soprattutto, dentro se stessi alla ricerca di un luogo dove tornare, alla fine di tutto. È curioso che anche ad Odisseo (Il mio nome è Nessuno, Mondadori) Manfredi abbia dedicato una sintassi essenziale, come scolpita apposta per far comprendere una storia con un intreccio semplicissimo: nascita, amore, viaggio, guerra, ritorno.

Nel 2008 vince il Premio Bancarella con LArmata Perduta (Mondadori), una rivisitazione emotiva della sua principale impresa scientifica: la ricostruzione integrale sul campo dell’itinerario percorso dai Diecimila e da Senofonte. Il secondo volume di Il mio nome è Nessuno uscirà in settembre, quando il mare comincia a prendere il colore del vino.

di Alberto Pezzini

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