Magazine Venerdì 26 aprile 2002

Io e il mago

Magazine - dovetti cercare un’altra ragione di vita, altrimenti mi sarebbe toccato studiare. Pensai di averla trovata in un ragazzo che conoscevo da tempo e che ultimamente frequentavo spessissimo, lì per lì non ci feci molto caso, ma quando le sue telefonate cominciarono a infittirsi e le sue richieste di venirmi a prendere al corso d’estetista si fecero più frequenti, il mio povero cuore debilitato ricominciò nuovamente a palpitare, questa volta decisa che… no, non mi stavo sbagliando.
Il fatto che al corso fossi in classe con una ventina di ragazze, una più carina dell’altra e che all’uscita del suddetto fossero tutte presenti, non mi diceva nulla. Perfettamente ignara e in pace con me stessa me lo mangiavo letteralmente con gli occhi, in realtà non potevo fare diversamente, perché guardare e respirare erano le uniche due attività che mi erano concesse durante i pomeriggi trascorsi con lui e la sua logorrea. Era capace, anzi lo è tutt’ora, di portare avanti discorsi talmente lunghi che gli interlocutori ogni tanto avrebbero dovuto darsi il cambio e passare il testimone, come i partecipanti ad una staffetta. Quando incominciava a parlare si era in una stagione, quando finiva il clima era cambiato e si entrava in un’altra, se fosse vissuto ere fa, forse sapremmo perché si sono estinti i dinosauri.
Io non aspettavo altro, in perfetta buona fede che si rivelasse, lo so che è innamorato di me, continuavo a ripetermi nelle mie quotidiane rassicurazioni interiori. A distanza di tempo devo riconoscere che ho tanto intuito quanto un rabdomante a cercar tartufi. In tutto il tempo trascorso con lui, o meglio in tutto il tempo trascorso con lui e il suo ego, ho frequentato un sacco di ristoranti cinesi (lui va matto per la salsa di soia ed è vegetariano), ho visto un sacco di film (lui vuol fare il regista), e ho mangiato, tanto per cambiare, un sacco di cazzate (lui ama concedersi qualche sfizio).
Ma il tarlo del dubbio, giuro, non mi sfiorava nemmeno, magari è timido, pensavo, magari non si vuole legare, magari la sua precedente fidanzata è perita in un incendio e deve ancora superare lo shock… a furia di magari, non avevo costruito castelli in aria, ma un intero borgo medioevale. Sapevo tutto sulla sua donna ideale, che riflettendo a mente fredda era l’opposto di me, ma ciò non pareva preoccuparmi molto. Altro che fette di prosciutto sugli occhi, io sugli occhi avevo sdraiato un suino intero!!!
Sopportavo stoicamente i suoi ritardi, cui seguivano, a volte, scuse in cui si mischiavano gesta epiche e calamità bibliche. Io annuivo comprensiva . Ma lui non abitava nel triangolo delle Bermuda, e per venire al luogo dell’appuntamento non doveva fare 30 km sulle rapide, in fondo abitava a 40 minuti d’autobus da lì. Non avevo mai riflettuto su quante insidie si celassero su un autobus.
Quando un giorno mi disse “Perché non mi presenti una delle tue amiche?” il borgo medioevale venne scosso da un terremoto del nono grado della scala Mercalli. Ma come, lui, l’uomo nero e misterioso della mia vita, per cui io nera e apprendista misteriosa sembravo fatta apposta, chiedeva di una mia amica, una qualsiasi, che magari non leggeva nemmeno i tarocchi e non sapeva chi era Tod Browning. Ero sconvolta.
Sconvolta ma non rassegnata. Aveva i miei gusti, i miei interessi, le mie aspirazioni… o ero io che non ne avevo ed aspiravo ai suoi? Comunque stessero le cose, da buona masochista quale sono (o ero?) decisi di parlare. Accadde in macchina, in mezzo a contorcimenti e giri di parole, smozzicamento di frasi ed improvvisi crampi alla lingua.
Lui rimase impassibile, con un sorriso di ironico distacco disse che se n’era accorto e non sapeva come avevo fatto ad aspettare tanto prima di dirglielo, disse anche che non si era posto il problema, (problema? chi usciva con me evidentemente per lui, doveva farsi un’assicurazione sulla vita), e io ero e rimanevo come un amico.
In un rapido flashback, mi sono immaginata muscolosa e sudata a commentare un calendario per camionisti o intenta a gare di sputi. Non so perché mi sentivo trasformata da sofisticata dark-lady, in Tom Sayer. Non avevo reagito, mi era rimasto un sorriso ebete sulla faccia, una paralisi. Ero uscita dalla macchina in quello stato e avevo continuato fino a casa.
A casa avevo pianto, tanto, tantissimo. Se il pianto facesse bruciare calorie ora avrei risolto almeno i miei problemi di linea. Credo che se avessi corteggiato lui, invece del suo ego, o magari il suo cane, sarei stata più fortunata.
I miei amici sono tutt’ora fermamente convinti che sia uno psicopatico.

Claudia Bonani

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di Donald Datti

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