Magazine Lunedì 15 aprile 2013

Amore lesbico. Quando una storia tra donne genera vergogna

© philippe leroyer / flickr.com

Magazine - Spesso le ansie più profonde creano situazioni che, ad anni di distanza e con il necessario distacco, appaiono addirittura divertenti.
E a chi potrei riferirmi se non a Debora? All’epoca dei fatti che sto per raccontare, aveva appena compiuto quarant’anni, mostrava - e un po’ in essa si nascondeva - la più bella cascata di riccioli castano scuro che avessi mai visto e un particolarissimo accento che racchiudeva le tre Venezie, eredità dei piccoli paesi dove aveva vissuto.

Ciò che condizionava il suo comportamento, però, era la paura della propria identità sessuale, da poco scoperta, e il timore di guardarsi come donna in un mondo all’improvviso ignoto. Debora e io stavamo insieme in quel periodo.
L’avessi descritta allora come faccio oggi, mi avrebbe aspramente rimproverata. Ho appena definito la sua capigliatura ‘la più bella che avessi mai visto‘. E sì, mi pare proprio di sentirla. Avrebbe addirittura scomodato il giro del mondo in ottanta chiome, pur di schermirsi.

«Ma ti rendi conto di quante donne al mondo abbiano i capelli belli? La mia collega sudafricana, per citarne una. E poi quelle due amiche bavaresi. E la cameriera indiana del ristorante sotto casa». E avrebbe così continuato fino all’inesperta e timida insegnante di storia nata nel Missouri, guest star di un telefilm di fine anni Settanta. Respingeva qualsiasi complimento, per quanto lo gradisse, perché non si sentiva adeguata ad un dono tutto per sé.

Fin dall’inizio ci si scontrava su tutto. Cercavo di contrapporle qualche situazione divertente, come la prima volta in cui venne a casa mia. Stavo uscendo dal portone per andare in stazione, quando mi raggiunse il soave bisbiglio della mia vicina ferma in cortile, del quale percepii solo la parola ‘prete’. Mi bloccai, avvertendo un certo interesse, chiedendole di ripetere. Mi arrivò un nuovo sussurro, questa volta dritto nell‘orecchio. «Allora dico al prete di venire su da te oggi... Sai per la benedizione».
Sorrisi all’immagine di quel parroco che conoscevo solo di vista, ma che valutavo simpaticissimo, pieno di vita. Sì, mi sarebbe piaciuto incontrarlo da vicino. E creare per Debora un intermezzo un po’ diverso.

L‘arrivo di quest‘ultima scivolò via indenne, niente incontri nel portone, nessun testimone diretto (però chissà, qualche possibile ombra dietro una tendina) del suo passaggio dall’anonima strada alla casa di una donna.
Dopo qualche ora, le svelai l‘imminente incontro. Immediatamente i suoi occhiali si appannarono.

«Ma sei fuo...ma sei fo...ma sei ma..ma..ma...ma di quale prete stai parlando? Ma un prete capisce tutto e subito!» Per l’occasione, il suo accento si spostò velocemente dal Trentino al Friuli, corse attraverso il Veneto e si allungò inaspettatamente verso Brescia.
Le consigliai semplicemente di stare tranquilla e seduta sul divano, intanto Don Bruno si sarebbe fermato nel lungo corridoio, facendo solo capolino nelle altre stanze. Ma non feci nulla perché ciò avvenisse, anzi.

Gli parlai volentieri, e con la sua comunicativa e curiosità, il giovane parroco entrò con entusiasmo in soggiorno fermandosi per qualche chiacchiera allegra. Debora intanto, alle sue spalle, agitava con enfasi gli arti superiori portandoli avanti e indietro velocemente e poi mimando una forma indefinita, sembrava un uovo.
Mi ricordò la discutibile copia di una seduta ’braccia toniche in 23 mosse’, ma credo volesse soltanto intimarmi di accelerare. Quando il nostro prete se ne fu andato, lei sembrava quasi trionfante. «Te lo avevo detto io che avrebbe capito tutto di noi. E sì, scusa, mi ha praticamente fatto il bagno durante la benedizione». Ah, quindi tutto quel movimento era per asciugarsi?

Vivemmo parecchie situazioni analoghe, riconducibili al suo terrore del giudizio altrui.
L’ostacolo più difficile si rivelarono i soggiorni in albergo. Mi sgolavo, invano, nel tentativo di convincerla che i portieri, di giorno e di notte, non prestavano attenzione a chi entrava e usciva. Normalmente, al momento di salire in camera, si aggrappava al mio braccio, strattonandomi e spostandomi di lato.

Se mai attirammo l’attenzione altrui, fu di sicuro qualcuno che aguzzò la vista per comprendere quali strani ed invisibili ostacoli nascondesse il pavimento, capaci di giustificare quel nostro incedere progressivamente serpeggiante.
Pensai quindi di aggirare ogni avversità affittando, per un weekend a Bologna, un appartamento. Lo so, ben presto anche questa soluzione avrebbe mostrato le sue debolezze.

Infatti, a pochi metri dalla destinazione, ci trasformammo in bradipi procedendo rasenti il muro con cautela. Insomma a me pareva facile. Sarei andata a ritirare le chiavi dai proprietari, e, una volta in casa, Debora mi avrebbe raggiunta. Ma non era certo così semplice. I conduttori lavoravano in un ufficio con vetrina sulla strada e con vista sul portone. Per nascondere la mia compagna, come lei avrebbe voluto, mi sarebbe toccata un’azione da serie poliziesca americana. Avrei dovuto guardarmi intorno e saltare rapidamente davanti l‘ufficio, estendere il corpo per l’ampiezza della vetrina, salutare tutti all’interno con un sorriso smagliante e un cenno di mano, e con l’altra, dietro la schiena, dare il ‘via libera’ a Debora.

Francamente troppo anche per la nostra follia! Insomma alla fine, per fortuna, entrammo insieme in quelle agognate quattro mura. Quando, nell’appartamento, mi concentravo sul funzionamento di accessori vari, Debora mi diede una spinta costringendomi ad abbracciare il frigo per non cadere.
«Ma hai chiesto il letto matrimoniale?» E secondo lei che avrei dovuto domandare: un letto a castello con la scaletta a pois e in mezzo alla stanza un pony a dondolo?

Quel fine settimana fu caratterizzato anche da un altro episodio, la sera al ristorante. Si mostrò stranamente calma per una cena fuori il sabato sera. Non una parola su di noi, due donne senza uomini che si offrivano al pubblico sguardo. Tralasciò qualsiasi commento anche quando ci chiesero di sederci in una saletta al piano terra, da sole.
Trasmettevano una musica molto sensuale e Debora disse, seria, quasi naturale: «si potrebbe anche ballare».


Sfidandola, mi alzai subito. Sbiancò, si tolse bruscamente gli occhiali, sbottò senza fiato e senza accenti, né pause e punteggiature. «Cosa stai facendo non ti muovere non pensarci nemmeno stai ferma siediti cosa ti viene in mente dove vai cosa fai dove sei con chi sei lo so sei con me ma non sei con me ma sei pazza io scherzavo se arrivasse il cameriere e ti vedesse in piedi cosa penserebbe».
E infatti, di lì a pochi minuti il cameriere scese. Ritrovò calma e respiro ma non il sorriso.
«E se ti avesse vista in piedi, quante e quali cose avrebbe mai potuto pensare?». Non avevo minimamente considerato che il semplice gesto di restare in piedi potesse scaturire riflessioni multiple.

A distanza di anni Debora, che aveva il terrore di qualsiasi cambiamento, si è addirittura trasferita lontano dall’Italia nuova vita, un nuovo lavoro. Ha vissuto un amore vero con un’altra donna, andando in alberghi, negozi, ristoranti. Dappertutto e senza chiedersi nulla. Allora, andandosene, mi disse bruscamente che ero stata un po’ come la sua ostetrica, quindi era giunto il momento di camminare con le sue gambe.
In quel momento ci rimasi molto male, ma oggi ne sono tremendamente felice.

di Chiara Sumuels

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