Concerti Magazine Lunedì 22 aprile 2002

Il canto di Simona

Magazine - Una passione per la musica nata sui tasti di un pianoforte e poi volata lontano, in giro per il mondo. Simona Barbera, cantante solista degli dal ’98 e musicista compositrice, ha iniziato così ad amare la musica. Oggi sta per partire in tournée insieme ai canti tradizionali delle donne sicule misti a influenze afro asiatiche.

«Ho studiato pianoforte classico a incominciare dai sei anni fino alla maggiore età, poi ho incominciato a studiare jazz e per caso ho scoperto la voce», mi racconta via cavo Simona.

Dal jazz alla musica etnica. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?
Sicuramente il piacere dell'improvvisazione. Ogni volta che canto improvviso anche per molti minuti di seguito.

Come hai cominciato ad avvicinarti alla musica etnica?
Ho iniziato studiando musica indiana. Mi sono avvicinata al canto di gola della Mongolia e della Siberia caratterizzato da emissioni "sforzate" che danno la possibilità di espandere gli armonici. I suoni si fanno taglienti ma dolci allo stesso tempo.

Quali sono stati i tuoi maestri?
Ho studiato la vocalità afro-asiatica, canto di gola e canto dell’India del Nord con il maestro Tran Quang Hai (canto difonico, Vietnam), Sonia Kang (Korea), Frederick Glorian (Francia), Giovanna Marini (canto di tradizione orale, Italia) e Sainko Namtchylak (Repubblica di Tuva).

Da due anni a questa parte la tua ricerca si è spostata in Sicilia, com’è successo?
L’idea è stata di Davide Ferrari degli Echo Art, gli intereressava molto la mia ricerca, ma voleva un legame con l'Italia. E così ho incominciato una sorta di viaggio verso le origini, sono partita per la Sicilia. I miei genitori sono siciliani e mio nonno faceva il cantastorie, ho incominciato da lì, dai ricordi di famiglia. Il mio punto di riferimento è la musica tradizionale siciliana, non quella folkloristica. I canti femminili che faccio miei, sono rifacimenti di quelli degli uomini legati a momenti della vita di comunità come la mietitura o la raccolte del sale. I canti che appartengono alle donne sono le ninne-nanne e i lamenti funebri

Come reagiscono i siciliani a questo tipo di ricerca e rielaborazione contemporanea della loro tradizione?
Sembrerà strano ma la maggior parte dei musicisti non capisce, per loro la mia ricerca è troppo sperimentale. Invece la gente è contenta e ascolta i canti della propria terra come fosse la prima volta.

Cosa ti rimane a ritorno di questi viaggi?
Quello che mi emoziona sono le storie umane, gli incontri casuali, le figure marginali che portano dentro di sé quella che io chiamo la “creatività bloccata”. Durante l’ultimo ritorno in treno dalla Sicilia ho conosciuto una signora calabrese molto anziana, profonda conoscitrice dei canti della sua terra. Mi ha raccontato molti episodi della sua vita e mi ha cantato melodie del repertorio liturgico che ho registrato, bellissime. E pensare che la chiesa ha sempre bandito questo tipo di manifestazioni popolari perché rette su una mimica esasperata giudicata "brutta".

Progetti in divenire?
Sto lavorando all'arrangiamento musicale derivato dal lavoro dell'artista Mauro Folci sulla morte di duemila clandestini e profughi morti dopo l'emissione del Trattato Schengen del '93.

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