Magazine Giovedì 4 aprile 2013

Vincenzo Pardini: «Quella volta con Ginzburg e Calvino...»

Magazine - Lo convocano in Einaudi nel 1982, a Roma. Ad aspettarlo ci sono Natalia Ginzburg e Italo Calvino. Il taxi è in ritardo e, quando arriva, Calvino è appena andato via.
La Ginzburg gli chiede quando è che si sente pronto a scrivere. Sono sempre pronto, risponde.
Questo è ciò che volevamo sentire, dice la Ginzburg: lei è un vero scrittore, ma anche un maleducato.
Si era dimenticato il mezzo toscano in bocca, pendulo.

Nel 1983 Mondadori avrebbe pubblicato i racconti del Falco d’oro. L’ultima sua storia si intitola Il postale (Fandango, 205 pp., 15 Eu): è dedicata ad un postiglione e al suo cavallo, Balio, nero e infernale. Tutte le copie del libro sono andate esaurite.
Anche se Vincenzo Pardini non ha mai raggiunto la popolarità a cui avrebbe diritto, resta uno degli scrittori che sa scrivere in una lingua che – ancora oggi, dal 1982 – non smette di stupire per la forza, l’originalità, e la capacità evocatrice.
Arriva dritta da Dante, ma fa soffrire, come gli disse Cesare Garboli, che lo definì uno scrittore priapico, perché sa parlare di sesso senza insozzarsi.

Vincenzo, sei uno scrittore sempre pronto. Come hai fatto ad arrivare alla Ginzburg – che poi ti scrisse una prefazione rifulgente – e a Italo Calvino?
«Grazie ad Enzo Siciliano. Un mio amico, Oriano De Ranieri, aveva scritto un articolo su di lui, per l’Avvenire di Lucca. Quando passai in redazione a trovarlo, mi disse che i miei consigli su come impostarlo erano stati provvidenziali perché Siciliano l’aveva ringraziato. Mi propose di mandargli qualche mio racconto fornendomi l’indirizzo che persi quasi subito. Una sera, a casa, ritrovai quel foglietto stropicciato in una tasca. Gli scrissi una lettera allegando un francobollo per la risposta. Una settimana dopo mi arrivò la risposta di Enzo Siciliano in persona, dentro una busta gialla. Diceva che in me aveva trovato un nuovo scrittore, con la forza degli scrittori appenninici».

È vero che anche Alberto Moravia si interessò a te, grazie sempre a Siciliano?
«Verissimo. Dopo quella lettera Enzo Siciliano mi invitò a spedirgli altri miei lavori. Ma cominciò anche a farmi dei veri e propri interrogatori epistolari. Non capiva se fossi giovane oppure vecchio. Il tarlo glielo aveva insinuato proprio Moravia. Un giorno andai - invitato - a casa di Siciliano, a Roma. La prima cosa che fece quando arrivai fu di telefonare a Moravia: "Guarda che è veramente giovane", gli sentii dire alla cornetta. Avevo trentadue anni.
In Diario Europeo, Moravia dedicò il 15 maggio 1987 un articolo a Il racconto della luna, a cui scrisse una prefazione ardente Cesare Garboli».

Tu sei stato un grande amico di Mario Tobino. È vero che andavate spesso a cena insieme ma non per parlare di libri?
«Gli ultimi anni della sua vita Tobino aveva l’ossessione della solitudine. La sua donna, Adriana Olivetti, sorella di Natalia Ginzburg, era morta, e lui non sapeva come superare le notti perché non riusciva a dormire. O scriveva, oppure leggeva La Divina Commedia su di una specie di messale. Prima che andasse a casa, cenavamo insieme ma sempre verso le cinque e mezzo. Mario arrivava dalla vita militare e da quarant’anni trascorsi a fare il medico dei matti all’ospedale psichiatrico di Lucca dove si mangiava con le galline. In ogni ristorante in cui andassimo avevano allestito una sala Tobiniana riservata e tutti i proprietari ben sapevano che a quell’ora bisognava preparagli da mangiare. Pagava sempre lui, naturalmente».

Ma parlavate di libri o no? Non mi hai risposto.
«Neanche per idea. Si parlava della vita, e di Dante Alighieri. Aveva un rapporto personale con lui. Ci scrisse su perfino una biografia, Biondo era e bello (Mondadori). Se nelle scuole si leggesse quel libro, tutti i ragazzi amerebbero Dante alla follia. Te (Pardini usa i pronomi alla toscana) lo sapevi, ad esempio che Dante conosceva a memoria la Bibbia, che era veggente e pure astrologo? Da dove pensi che sia uscito quel fiume di fuoco che è la Divina Commedia?»

Nel Postale, Balio non muore ma scappa via, e Liberio lo ritrova soltanto quando anche lui trapassa. Credi sia vero che – quando moriamo – qualcuno dei nostri cari viene a prenderci per accompagnarci di là?
«Ne sono convinto. Se leggi i Mistici come Santa Maria Faustina Kowalska, per esempio, ti rendi conto che parlano sempre di Entità. Può essere l’Angelo Custode ma anche qualcun altro. Credo che la nostra vita incominci quando il corpo si stacchi dallo spirito. Dante l’aveva già capito, che l’anima diventa molto più acuta e ricettiva quando non ha più addosso il peso del mondo. Sarà un vero trauma abituarsi a vivere senza».

Con il Postale hai scritto un assolo, il primo libro cioè dedicato nella lettertaura ad un cocchiere, simbolo delle Regie Poste, quelle che si facevano un punto d’onore di portare la posta in orario alle persone. Balio resta un cavallo solitario, come solo è Liberio, il postiglione. Che cos’è la solitudine?
«Garboli mi disse che avrei dovuto restare solo. Mario Tobino era dell’idea che ogni scrittore sia maledetto ma che abbia bisogno della solitudine per scrivere. La solitudine per uno scrittore è importante come lo è anche essere accuditi da qualcuno. Forse mi sono sentito solo tutta la vita dentro una città bella come Lucca dove i librai non espongono in vetrina i miei libri. Lucca è una città del silenzio, ma che non fa sconti a nessuno:nulla viene perdonato agli artisti. Sarà per questo – aggiungiamo noi – che Mario Tobino scriveva il 13 dicembre del 1950: Lo ripeto: solo stando in manicomio ho potuto scrivere».

di Alberto Pezzini

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