Concerti Magazine Sabato 20 aprile 2002

Il seduttore gentiluomo a ritmo di jazz

Venerdì sera. Paolo Conte in concerto al Teatro Carlo Felice: come era facile presumere c'è il tutto esaurito.
Un concerto percorso da panneggi di luci semplici ma intense, come atmosfere accese in uno scrittoio e uno scriba legnoso pronto al tavolo, in posa; assenti illustri Dancing e Sparring Partner. Scaldati band e pubblico, Diavolo Rosso corre sulla porpora, nella cassa armonica che balugina, come un telaio a fuggire sotto il sole, di bicicletta o auto d'epoca... corrono ritratti, bagliori appunto.

Si narra che un tempo certe persone si trovassero per caso, e perché non avevano di meglio da fare, nelle cantine, nelle osterie, e iniziassero a suonare per passare il tempo; perché "uomini grandi come alberi" erano di poche parole, come la gente di Asti, e c'era poco da dire. E infatti Razmataz, che apre la serata, non vuol dire nulla. Come non voleva dire nulla Padam padam di Edith Piaf, se non un palpito, un batticuore da quel paese d'oltralpe, un viavai affannato di gente e novità, in cui per lo più però le persone andavano a cercare cose piccole in un paese grande e piatto, da sentirne vertigine. Così il mare di Genova per noi, questa distesa spuria per chi è abituato a colli e monti e pianure.

E non vogliono dire niente gli “zazzarazza” che risuonano per tutto il concerto, capricci, bagarre di bicchieri e rafforzativi ubriachi per uscite da bettola. Sono fraseggi che scimmiottano la musica e musica diventano, tutte quelle “z” che riportano immediatamente a una spazzola sul charleston (per inciso, una batteria toccata con sapienza emozionante, ieri sera al concerto). Nel jazz quante volte non c'è voce! se non per incitare sé e gli altri nel suono, e quante volte nel lavoro e nei momenti più informali della vita.. come quei racconti privati, racconti di chiffon pretenziosi, abbandonati stanchi sui divani dopo serate alla balera; racconti di belli e belle fuori misura, disadattati cronici vestiti di rocambolesca malinconia, palyboy con la bocca pronta al riso amaro. Una bohème da provincia.

Ma poi Conte è anche la baldracca che gigioneggia ravvolta maschia al microfono e gioca all'ammicco di un elegantone che si dà un po', una sera, al baccano, ma lo fa tutte le sere. Ce ne sarebbe sino a domattina - dice alla fine in spagnolo: già, un amatore scafato, che mastica idiomi caldi, che non smette una voce lubrìca per presentare le sue splendide coriste, nella voce come nelle paillettes.

Tutto quello che è all'origine, "a quei tempi", che venga coi monti e i vini del Piemonte, con quella Francia vicina, con le voci che raccontano dei vecchi, con la indiavolata lamentazione e gioia creola dei neri della prima America... c'è tutto in questa session, e s'infuoca nel jazz (che poi è francese anche quello); e tutto su un fondo di velluti come code di pavone, luci sparate dalle mani insinuanti del maestro. Conte dà il tempo a tutti, gira lampade e gomitoli involandole pressappoco a un tiro dal piano, pronte, le mani, a martellare ancora le costole del piano. C'è, in tutta quella musica anni '40, anche un bestiario di tante teste su uno strano animale, come in un quadro di Ernst; ma tutto elegante, accattivante tipo "lorsignori gradiscono un po' di musica?", perché i gentiluomini sanno ricevere. Un look inappuntabile, e certi decolleté, anche fra gli archi su quel palco, da serata di gala. E quel groviglio di musicisti, lì sopra come per caso, ricorda un avanguardista (dopotutto anche il jazz era avanguardia, nella sua commistione…). E allora, facendo Max, l'hanno riarrangiata con un paio di Fender, suonate limpide, blues. Sarebbe forse banale, forse prolisso spiegare perché Conte riempie così un teatro, e lo rifarà stasera… è bravo.

Forse la doppia data ci ha tolto un po' di gusto ieri sera, forse sarebbe durato più di quelle due ore scarse, e avremmo visto anche lo sguardo-veranda del pugile suonato.
Ad ogni modo, avete presente Manara quando ridisegna Betty Boop, la pin up a tempo di blues e jazz? Quella mano capace e sensuale ce l'ha Conte quando ritocca il jazz.

Gabriele Pipia

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