Magazine Venerdì 19 aprile 2002

Un assaggio di Mazzucato

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Perché io ho lavorato in una HOT LINE, ti ho incontrato e tutto quello che mi accade deve stare lontano dal binario uno del piazzale ovest. Quello con le macchinette automatiche per le bibite e due cabine telefoniche enormi dalle quali tante volte ho composto il tuo numero per poi riattaccare, il binario con le pensiline di ferro lavorato, sottili ed eleganti, quelle pensiline alle quali ancora mi attacco per lasciarmi galleggiare nel vuoto come un equilibrista con gli occhi chiusi alla ricerca della stessa emozione. Per regalarmi un tuffo in quella città di cotone mai più rivista dopo, un viaggio all’indietro, nell’abisso della tua malinconia. È la mia oasi di purezza quel binario dal quale non parto più, quella purezza senza una destinazione di chi ha vagato e cercato sperando di non farsi del male, di chi ha mischiato le carte della perdita pensandola amore. Non lo dico a nessuno quando ci vado.
Ma lo faccio solo ogni tanto.

Tanti uomini. Importanti e omaggiati. Parenti, amici, colleghi del babbo, professionisti. Li ricordo tutti, catalogati a seconda delle caratteristiche fisiche, delle professioni, della frequenza delle visite. Scrivevo la data in un quaderno, i loro nomi e cognomi in bella calligrafia e una piccola stella vicino a quelli che preferivo. Era sempre festa quando arrivavano signori a cena. Addobbi, sorrisi, piccoli regali preziosi, complimenti alla mamma, corpi ben conservati, consapevoli di esercitare un fascino austero, mani lunghe e nodose che accompagnavano i discorsi con movimenti circolari nello spazio attorno, profumi discreti, i liquori migliori esposti sulla mensola del salotto. La casa diveniva un santuario. Il culto del maschio detentore di potere e carisma. Una religione di cui la mamma e la nonna erano le sacerdotesse, il babbo il chierichetto e io una osservatrice. Spaesata, affascinata. Avevo cinque anni, sei, sette, origliavo i discorsi, annusavo le sciarpe e i cappotti. Mi lasciavano fare, quando c’erano uomini in casa io non esistevo. Acquistavo valore solo specchiata in quegli sguardi che mi concedevano sempre almeno un istante di benevola attenzione.
La mia casa dell’infanzia era piena di uomini, di passaggio, ospiti per qualche giorno, invitati a cena, o magari per l’aperitivo. Mia madre preparava aperitivi speciali, di sua invenzione, accompagnati da olive, pistacchi, tramezzini e alici salate. Mentre li aspettavamo si percepiva un senso di silenziosa deferenza. Invece, quando arrivavano donne, amiche, vicine di casa o conoscenti, era sempre pronta una parola tagliente, un giudizio carico di malevolenza. Poteva partire dalla nonna, dalla mamma, o anche da Angela, la domestica. In quel caso era autorizzata. «Allora signora, oggi viene quella pettegola della Pina?». E mia madre le sorrideva accarezzandole una spalla. «Hai ragione, è pettegola e maligna». Non era mai complice di Angela, spesso evitava perfino di guardarla in faccia, si limitava a darle ordini. Ma in quei momenti, il fastidio verso altre presenze femminili le univa. Complici nella piccola cucina, preparavano tutto con la solita attenzione ma i discorsi erano carichi di dettagli sprezzanti. Per gli uomini invece c’era solo rispetto e attenzione. Una attitudine radicata, di cui nessuno pareva vergognarsi, ereditata dalle vecchie abitudini nobiliari della nonna. «Se c’è un uomo siamo al sicuro», oppure «Non andare da quella dottoressa, non ispira fiducia, sai è una donna».
Da piccola, quindi , mi affacciavo al balcone, guardavo la strada e spiavo solo i maschi. Mi pareva che il mondo fosse popolato da loro. Un brulicare di uomini. Li cercavo in ogni negozio, in ogni casa, in ogni ambiente. Avevo cancellato le donne dal mio universo, non avevo amiche. Spiavo i comportamenti dei compagni, mi incantavo ammirando i grandi, sempre giusti, perfetti, affascinanti. Volevo provare il senso di sicurezza che in loro trovava mia nonna.
Solo in seguito ho capito cosa nascondono ben celato dietro l’apparenza, oltre il fascino esibito come credenziale. Solo dopo ho compreso. Tutti uguali, in realtà. Concentrati sui genitali, con la segreta volontà di umiliare una donna, di comprarla. E in fondo anche Marcello, così tollerante, ironico e intelligente, vive inseguendo un sogno di ragazzo che ha a che fare con le donne in vendita. Con le mercenarie del piacere che si espongono discinte sui viali della fiera o negli stradoni della prima periferia. Col tempo ho capito l’errore della nonna. Diventando Lorena.
È un nome d’arte che mi ha fatto dimenticare quello vero…


::: fine :::
(continua in libreria...)
di Francesca Mazzucato

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