Magazine Venerdì 19 aprile 2002

Un assaggio di Mazzucato

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Perché lo attirava quella strana depravazione che mi portavo dietro, marchiata sulla pelle?
Me lo domandai per un istante poi scacciai il pensiero. Balbettai qualche parola, ci sedemmo vicini anche se era prevista una diversa sistemazione ma nessuno osò dirci che i nostri posti erano altri. Non ci provarono neanche.
Era un professore universitario, ma non di quelli frustrati che avrebbero voluto fare cose diverse, magari i giornalisti o gli scrittori, un professore innamorato dei ragazzi, con abitudini fuori moda, un po’ snob. Lo guardai dritto negli occhi tutta la sera pensando adesso viene fuori l’imbroglio, adesso appare un segnale, uno scavo nella pupilla che nasconde una delle solite vite a perdere di cui mi innamoro per farmi male, lo guardai tutta la sera per metterlo alla prova, ero intenzionata a non lasciargliene passare una. In fondo era una sfida che avrebbe reso meno noiosa quella cena che pareva destinata a non finire mai. E poi volevo che venisse fuori l’inghippo, che vuole un filosofo da una come me?
Ma non accadde nulla di tutto questo. Mi chiese il numero di telefono, mostrando una buffa timidezza, fra un discorso e un boccone, io mi misi a ridere, bevvi un bicchiere di vino tutto in un sorso e scrissi il cellulare col rossetto su un tovagliolo di seta che lui fece sparire in tasca con mossa furtiva. La casa coi quadri moderni e le lampade basse dalla luce leggermente rosata era sparita. Spariti gli amici e i conoscenti impegnati in discorsi senza fine, a svelare progetti e sogni che erano, in realtà, già rimpianti.
Cominciammo a frequentarci e, all’inizio, pensando a te, provavo senso di colpa, paura, voglia, rabbia, poi ancora senso di colpa, sentimenti in conflitto, lo allontanavo, poi lo cercavo, mi abbandonavo al suo tepore che non chiedeva niente, ma all’improvviso tornavano i ricordi e volevo farlo staccare da me. Poi mi sono fermata e ho capito che io gli strappi e le ferite profonde come trincee le avevo amate negli altri ma non ne volevo più. Si trattava di afferrare qualcosa di bello perché per la prima volta nella mia vita, forse, mi trovavo nel posto giusto.
È quasi un anno ormai. Lui insegna filosofia, ha i capelli dal ciuffo scomposto e gli occhi chiari, occhiali rettangolari che gli scivolano sempre dal naso, un corpo imponente che lotta dignitosamente contro il passare del tempo, una bella bocca. Intelligente e conteso da tante signore della Bologna bene, alte e magrissime, dal naso adunco e dai lineamenti nobilmente imperfetti, e da tante dame veneziane conosciute ai tempi del suo primo incarico nella città lagunare. Ma ha voluto me. Un antico sogno di ragazzo, stare con una prostituta, redimerla, toglierla dalla strada. Me lo aveva raccontato come un dettaglio senza importanza. A vent’anni trascorreva notti intere con gli amici in macchina, in giro per i viali della fiera a guardarle. La bellezza dei corpi esposti, la voglia di scendere, parlare con loro, conoscere le storie. Mi dicevo che era quello che lo aveva fatto innamorare, quel desiderio di tanti anni prima, un po’ perverso e un po’ missionario. I desideri che ci legano al passato e ritornano sono capaci di tutto, riacquistano l’antica potenza. Solo il riaffiorare di quella fantasia lo faceva essere così fermo e incrollabile nel volere stare con una persona dal mio passato, con una attività così particolare. Ne ero certa. Altrimenti sarebbe stato fidanzato a una collega, a una bibliotecaria, a qualcuna vicina al suo mondo. Ma non aveva importanza. Mi stupiva solo la sua capacità di adeguarsi ai miei tempi, di combaciare con le mie esigenze.
Diceva di non preoccuparmi, che lui c’era. Io fuggivo dal suo appartamento, dalla macchina o da una stanza d’albergo con la ferma intenzione di fuggire dalla sua vita e riavvolgermi nei miei ricordi come in una coperta protettiva. Ma tornavo sempre. E lui stappava una bottiglia di vino rosso dicendo che invecchiando aveva imparato la pazienza.
Ho smesso di farmi ossessionare dal sottopassaggio, da quegli istanti passati nella tua casa estranea e fredda, dall’eco sempre meno nitida della tua voce. Faticosamente. Con Marcello abbiamo fatto viaggi nella Francia del sud, a Parigi, in Grecia e in Turchia. Il nostro rapporto è rimasto leggero come quel primo sguardo. Cene, passeggiate, risate, discussioni, progetti, sesso, amici, film e libri, nessuna aggressione e mai alla stazione. Proprio mai, neanche per caso.


di Francesca Mazzucato

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