Magazine Venerdì 19 aprile 2002

Un assaggio di Mazzucato

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E in me c’era sempre sollievo e non dispiacere. Sapevo che entravano nella mia vita per poi uscirne, al momento giusto, come gli attori a teatro.
Mi dicevano così, quasi tutti: «Dopo averti accarezzata, dopo aver dormito accanto a te non resta niente, sei come trasparente. Vivi con distacco, nessuno riesce ad avvicinarsi alla tua anima».
Il mio corpo così formoso, quasi ingombrante, è apparso trasparente e inarrivabile. Era tuo e forse qualche brandello, degli spicchi, dei pezzetti, lo rimarranno per sempre. Da qualche tempo però qualcosa è cambiato. Non preoccuparti, tu resterai, anche sbiadito, diluito, lontano, fantasma fra i fantasmi, in qualche modo ti porterò con me. Per troppo tempo, però, dopo quel binario e quell’addio mai pronunciato mi sono sentita ammaccata, lacerata. Ho pensato che i pezzi sarebbero rimasti sparsi sul piazzale ovest, coriandoli, residui luridi del mio tristissimo carnevale, pronti a farsi calpestare da turisti, barboni e dagli aliti di altri amori al capolinea, capaci di soffiarli lontano, oltre i binari o sopra le pensiline. In fondo non mi pareva una brutta fine. Ma avevo voglia di ritrovare sguardi che non fossero solo di compassione, così ho ripreso con fatica a frequentare amici, a uscire, e a ricucire abitudini normali, come parlare con il portiere, discorsi di convenienza, piccole frasi, o sorridere a un vicino per le scale, buonasera, come sta sua nipote, me la saluti tanto, grazie, lei è sempre gentile.
Inseguivo quelle parole banali, erano la salvezza. Le più lontane dal binario, da quegli odori, dai tuoi occhi troppo distanti e feriti. Volevo andare oltre le ombre che rimorchiavo ogni sera in certi pub dalla luce fioca, ombre di disperati con l’eiaculazione precoce da dimenticare dopo una notte alcolica. Era una fatica enorme, un peso che temevo di non poter sollevare. Ci sono riuscita dopo settimane passate nella penombra della casa a ripassare mentalmente cose da fare che non avrei fatto e chiudendo gli occhi per ritrovarti, Gabriele toccami ancora, per rivedere la mia silenziosa invocazione, vibrante e patetica, la tua espressione smarrita e carica di un abisso di lutti.
Mi concentravo per risentire le tue mani quasi intimidite su di me, anche se per poco, troppo poco tempo, peccato. Peccato davvero, dicevo parlando da sola come una folle invasata, girovagando nelle stanze incapace di pensieri o gesti coerenti. Settimane isolata da tutto, senza rispondere al telefono, senza la voglia di mangiare, ripetendo peccato davvero, sul serio peccato, proprio un gran peccato, e guardando il muro sul quale la luce flebile che penetrava dalle persiane socchiuse aveva disegnato qualcosa che mi sembrava la tua fisionomia e mi dicevo guarda che fortuna, ho una sua fotografia e invece era il simbolo dell’occasione mai trovata, mai cominciata. Avevo con me quella notte, dentro alla testa ogni gesto. Restava, non voleva sparire. Poi ho detto basta, l’ho urlato, un basta per farmi forza, una forza titanica che non è arrivata subito, ma frenare quel rotolare disperato di pensieri e di amore messo in svendita troppo presto, era già qualcosa e dirlo era un passo. Ho fatto qualche telefonata, sono andata al cinema, a piangere in ultima fila di fronte a patetiche storie d’amore. Ho cenato con amiche e colleghi. E ho conosciuto Marcello.
È successo a una di quelle cene dove si parla di tutto in presuntuosi monologhi-delirio di persone che conosci di vista, ma dove in realtà non si parla di niente. Ci ero capitata perché, a tradimento, mi avevano estorto una promessa. Durante un aperitivo, in un locale fumoso: «Verrai, ti prego, non puoi mancare, ci saranno tutti». E quel tutti poteva includere qualsiasi cosa, qualsiasi persona, qualsiasi categoria. Non mi allettava. Mangiavo le noccioline prendendole con le mani e cercando di essere evasiva ma alla fine, dopo ulteriori insistenze, dissi di sì. E ci andai, un po’ frastornata e intimidita. La casa grande, con la moquette rossa, tavoli bassi ed enormi quadri moderni di autori che avrei dovuto assolutamente conoscere. Luci basse e tanti libri. Come mi aspettavo. Mi lasciai travolgere da strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle, le solite domande (cosa stai facendo in questo momento, la più frequente) e poi lo vidi. In un angolo, vicino al buffet, stava bevendo un bicchiere di vino e mi guardava. Sembrava che stesse ridendo, ma solo con gli occhi. Mi avvicinai. Una presentazione rapida, una stretta di mano insieme a poche parole di circostanza e poi uno sguardo. Senza ferite, uno sguardo che non sfuggiva, anzi era pieno di cose buone. Non c’erano riserve o detriti sporchi di un passato inquieto. In quegli occhi vedevo ironia, gentilezza e una leggerezza che non incontravo da tanto tempo guardando un uomo. Cosa poteva avvicinarlo a me?


di Francesca Mazzucato

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