Concerti Magazine Venerdì 19 aprile 2002

De Gregori visto da Giovanni Villani

Giovanni Villani, attivo nella promozione culturale e dello spettacolo, viene spesso pubblicato nello spazio dedicato agli interventi dei lettori con le sue annotazioni di costume, su quotidiani nazionali (tra cui Stampa, Corriere della Sera e Repubblica) e locali (Secolo XIX, Corriere Mercantile).
mentelocale.it ha deciso di dargli uno spazio, una rubrica dal titolo Il senso civico di Giovanni Villani.
Due sono stati per ora i suoi interventi





Sorprende De Gregori, sin da subito.
Si fa buio in teatro alle 21.00 in punto, prendendo in contropiede i soliti ritardatari.
Si sistema al centro del palco, che terrà per tutta la serata (2 tempi di 1 ora ciascuno, con 15 minuti d’intervallo), suonando alternativamente una chitarra elettrica ed una acustica.
Supporta il cantautore romano un gruppo nutrito (2 chitarre, basso mandolino, hammond, tastiere e batterie) ed energicamente professionale, capace di suoni potenti e raffinatamente elettrici. Ci si rende subito conto che lo spazio destinato alla nostalgia tout-court sarà molto vicino allo zero.
Infatti, molti evergreen in scaletta, accolti con grande calore, sono vestiti stile ballads dal sapore westcoastiano o sono scarnificati, lasciando il primo piano ad una ricerca vocale di notevole spessore.
La scenografia è essenziale, un fondale nero (a nascondere le magagne del Carlo Felice?), le luci sono ridotte al minimo indispensabile. Così come il dialogo di De Gregori col suo pubblico che comincia con un “grazie” e si conclude con un “grazie, buona notte”. Se non fosse per un “forza Roma” urlato dalle prime file, cui replica ringraziando “perché sul palco siamo (quasi) tutti romanisti, ma qui a Genova tengo per la squadra di De André” e giù una valanga di applausi.
Non delude la gente la laconicità di Francesco, lontano mille miglia da imbonitori ripetitivi o opportunisti ricercatori di facili applausi.
Anzi, d’altronde l’artista si esprime con la sua creatività e a volte uno sguardo trasmette più di una frase ritrita, ne risultano maggiormente evidenziati timbri, colori, testi delle canzoni, una dietro l’altra, neanche il tempo di tirare il fiato.
Si spellano le mani gli spettatori per ottenere, dopo il bis, un altro rientro.
Niente da fare, il concerto resta racchiuso entro 2 pezzi dal passato illustre e dal presente su cui riflettere come “Niente da capire” e “W l’Italia”.
Uscendo, accalcati intorno al banchetto delle T-Shirts, nel foyer, alcuni almeno stanno sicuramente pensando, prima di rientrare nella convenzionalità della cosiddetta società civile, che sì, forse, aveva ragione De Gregori “i simpatici mi stanno antipatici, i comici mi rendono triste”.

Giovanni Villani



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