Magazine Giovedì 28 marzo 2013

«Ho quasi trent'anni, ma i miei mi considerano una bambina»

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Magazine - Salve,
l'inquietudine mi spinge a scriverle.
Sono una ragazza di 29 anni, non mi definisco donna perchè mi sento ancora così bambina!
Ho un lavoro, un ragazzo e purtroppo ultimamente problemi con gli amici. Prima era il contrario: tanti amici, mai un fidanzato! :)
Sono stata spesso in cura da psicologi o psichiatri. Sono stata bulimica e fobica. Col tempo e le terapie sono guarita, certo qualche piccola fobia c'è ma è gestibilissima, prima erano paralizzanti.

Perché le scrivo... perché ho paura di ricadere nel tunnel buio da cui sono uscita. Il mio problema adesso sono gli obblighi familiari. E non parlo di fare la spesa o pulire casa.
Mi spiego meglio. Io vivo con il mio ragazzo, in una città non molto lontana da dove vivono i miei, dove io lavoro e lui studia.
Il fine settimana lo trascorro nella casa dei miei, e per me cominciano i dolori!

I miei lavorano ancora, hanno una pizzeria che da piccola ho sempre odiato perchè sottraeva (per la verità non molto) tempo alla mia libertà di ragazzina. Certo, da adulta capisco che i miei avevano bisogno di una mano, e non sono arrabbiata. I miei hanno bisogno di una mano anche adesso, mia madre è sempre stanca, mio padre invecchia.

Inoltre c'è mia nonna, alla quale non sono legata, che vive da sola ed è una costante preoccupazione per mia madre che non riesce a vivere in pace. In tutto questo, io guardo e osservo, a volte faccio anche qualcosa di concreto, mi sforzo di dare una mano ai miei, di andare a trovare mia nonna, ma sono più le volte che rimango ferma perchè NON voglio fare nulla. E così i sensi di colpa crescono e ho una terribile paura che mi divorino!

La prego, attulamente non posso permettermi di entrare in cura: mi faccia vedere la luce!
Doriana

Buongiorno Doriana,
lei mi chiede di «farle vedere la luce», e la ringrazio per la fiducia, ma forse è una richiesta esagerata rispetto alle mie possibilità.
Anche se cercherò di aiutarla il piu possibile.

Per riassumere la sua situazione, Lei cita aspetti molti diversi tra loro, incomincia a dire che adesso ha un fidanzato, ma ha problemi con gli amici mentre prima era il contrario. Ma allo stesso tempo lei mi racconta di una sua lunga storia di bulimia e di fobie e di psicoterapia, che mi fa pensare che la sua vita di relazione sia e sia stata, davvero, molto complessa.

E di fronte a tutto questo io mi sento di essere in possesso di troppe poche informazioni per permettermi di dare giudizi cosi risolutivi o miracolosi.
Ma alla fine del suo racconto ,sembra che il nucleo, attuale, del suo problema, sia concentrato, ora, sui sensi di colpa nei confronti dei suoi genitori.
E su questo aspetto, senza entrare nel merito della sua storia, vale la pena di parlare e di rifletterci assieme.

Dico riflettere perché, per superare davvero i sensi di colpa, bisogna lavorarci su un po' più intensamente e avere un po' più di tempo. Mentre io in questo momento vorrei vedere, assieme a lei, se ha un senso averli i sensi di colpa e sopratutto colpa di che?
Di non fare abbastanza? Di non riuscire a fare tutto quello che le viene chiesto? O di deludere i suoi genitori?
E se fosse tutto un malinteso?

Mi permetta di  incominciare da un paradosso. Siamo d'accordo che aiutare una persona che ce lo chiede è un opera buona. Ma come si fa ad aiutare qualcuno che ci sta facendo una richiesta sbagliata? Come facciamo a sapere se lo stiamo davvero aiutando?
Mi spiego: siamo davvero sicuri che aiutiamo davvero le persone facendo sempre quello che ci chiedono, o le aiutiamo di più non facendolo?

A noi sembra che se facciamo quello che ci chiedono siamo bravi e se non lo facciamo siamo cattivi. Ma questo è un pensiero molto infantile, e a pensarci bene non è mica sempre vero.
Già, infantile è la parola giusta, perché qui noi non stiamo parlando di un qualcuno qualsiasi: qui stiamo parlando dei suoi genitori. Che, di sicuro, hanno ragione per definizione. O no?
Ecco, con tutto il rispetto, ma lei ha mai avuto il dubbio che anche i suoi genitori, possano, talvolta, sbagliare?
Ma non parlo di chissà che, no, sono certo che lei ha degli ottimi genitori, dico solo che, forse, i suoi genitori le chiedono cose che non dovrebbero chiederle e non dovrebbero chiedergliele perché non è possibile che lei possa farle.

A questo proposito, mi ricordo di un padre che si lamentava di suo figlio perché non lo aiutava quando ne aveva bisogno: «ti ho chiesto solo se puoi farmi la spesa, piove, possibile che per una volta che  tuo padre ti chiede una mano tu non ci sei mai?»
Un padre che fa una semplice richiesta ad un figlio. Una richiesta semplice: mi fai la spesa, per favore? Peccato che abitavano a 230 km di distanza. E pensi un po', era il padre che aveva deciso di cambiare residenza per andare a vivere al mare. Chi dovrebbe avere, i sensi di colpa? Il figlio o il padre?

Sì, lo so, la sua è una situazione diversa. Ma le avevo detto che non avrei parlato della sua situazione.
Volevo soltanto farla riflettere che se, a una certa eta, non facciamo quello che ci chiedono i nostri genitori, potremmo anche avere ragione noi e non loro.
E lei questa certa età ce l'ha! Anche se, molto probabilmente, agli occhi dei suoi genitori lei continua a essere una bambina piccola e come tale la trattano. Ma non si preoccupi, non ce l'hanno con lei, è un po' una simpatica forma mentale di cui tanti genitori non riescono a liberarsi.

Ma anche il fatto che i suoi genitori pensino che lei sia una bambina non vuol mica dire che lo debba pensare anche lei, di se stessa.
Pensa che riflettere su questa possibilità  possa servirle a vedere una piccola fiammella di speranza per poter vivere piu serenamente?

A  proposito, come vede, anche se sono sicuro di non essere stato all'altezza delle sue aspettative, spero lo stesso di esserle stato d'aiuto.

Saluti,

di Marco Ventura

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