Magazine Mercoledì 27 marzo 2013

'Mappe e leggende', il libro del premio Pulitzer Michael Chabon

'Mappe e leggende', la copertina del libro di Michael Chabon

Il briccone vestito di lustrini. Riflessioni sul racconto breve moderno

Magazine - L’intrattenimento gode di cattiva fama. Le persone serie imparano a diffidarne e persino a vituperarlo. La parola indossa spandex, copricapezzoli, un abito anni Settanta tempestato
di lustrini. Emana zaffate di crema abbronzante scadente e di ghiaccioli sgocciolanti, il miasma di finto burro del foyer di un cinema, di karaoke e Jägermeister, di film di Jerry Bruckheimer, di un videogame di Street Fighter che brontola fra sé nell’angolo della sala giochi di una pista di pattinaggio. L’intrattenimento traffica con i cliché e la pubblicità occulta. Attiva zone del cervello lontane dai centri del discernimento, del pensiero critico e della speculazione ontologica. Costeggia il cuore nero della vita e ne soffoca il tenue scintillio nel bagliore di una lampada alogena. Le persone intelligenti devono mantenere una certa distanza dai suoi prodotti. Devono maneggiare ciò che le intrattiene con i guanti dell’ironia e con le pinze del postmoderno.

Intrattenimento, in breve, significa porcheria, e troppe porcherie fanno male: al cuore, alle arterie, alla mente e all’anima. Forse, però, queste persone serie e intelligenti – i miei fedeli uomini di paglia – hanno torto. Forse la ragione per cui consideriamo porcherie gran parte di quello che pretende di intrattenerci è che abbiamo accettato – anzi, contribuito a elaborare – un concetto tanto angusto e svilente di intrattenimento.
Il cervello è un organo di intrattenimento, sensibile a qualsiasi profondità e su ampio spettro. Ma abbiamo imparato a nutrire diffidenza e disprezzo verso la nostra umana inclinazione a farci intrattenere, e in questo senso riceviamo l’intrattenimento che meritiamo.

Vorrei crederci, dato che leggo per intrattenimento e scrivo per intrattenere. Punto. Certo, potrei miscelare un infuso di altre e più stringenti motivazioni e spiegazioni. Potrei dare la stura alle teorie sull’estetica della ricezione o sulla parole lacaniana.
Potrei pontificare sull’impulso a raccontare storie e sul bisogno di dare un senso all’esperienza attraverso la narrazione. Profumare l’aria con una spruzzata di Jung. O addurre la formula di Kafka: «Un libro deve essere un’ascia per spaccare il mare ghiacciato dentro di noi». Potrei scendere al bar della megalibreria sotto casa e prendere in prestito da Abelardo o Koestler alcune sagge parole sul potere della letteratura stampate su una tazza. Ma alla fine – vengo al dunque – tutto ricondurrebbe comunque all’intrattenimento, e al suo affabile scagnozzo, il piacere. Perché quando l’ascia affonda nel ghiaccio, in risposta si sente un fremito di delizia che dalle mani si propaga fino alle spalle, e la lama risuona tutt’intorno per chilometri come una campana.

Vorrei quindi proporre di estendere la nostra definizione di intrattenimento a tutto ciò che di piacevole scaturisce dall’incontro di una mente ricettiva con una pagina di letteratura. Ecco un campionario, scelto a caso dalla mia carriera di lettore, di incontri che rientrerebbero nella mia nuova definizione di intrattenimento: il tendersi dell’orecchio interiore al ritmo e alle modulazioni di una bella prosa; la strisciante consapevolezza che fra le pareti di un’abbazia inglese in rovina vive un popolo di giganteschi ratti mutanti; due ore trascorse a farsi strada nel ginepraio di una serrata discussione sulle strutture di potere incarnate dall’architettura carceraria del Diciannovesimo secolo; il consumarsi di un grande amore a bordo di un battello smarrito sul Rio delle Amazzoni, o nello slang dei grandi drammi elisabettiani; gli intricati frattali di motivi e metafore in Nabokov e in Sandman di Neil Gaiman; storie di pirati, dirigibili, bambini inquietanti; una frase di un migliaio di parole che in una pagina di I Guermantes di Proust paragona gli omosessuali agli ebrei; un duello all’ultimo sangue combattuto con spade a due mani sulle coste dell’antica Zingara; l’atrocità del massacro di balene o esseri umani in Melville o in McCarthy; l’atrocità dell’apparecchio per raddrizzare i piedi storti del dottor Charles Bovary; l’atrocità dell’atroce in una pagina di Philip Roth; parole scritte con il fumo nel cielo di Londra in un giorno di giugno del 1923; un momentaneo acuirsi del proprio senso di disperazione, nullità, rapimento, solitudine, allegria e strazio condivisi; il resoconto di una nascita portentosa, di un matrimonio disastroso o di una veglia funebre sul Neva, a mezzanotte.

Il senso originario, e incantevole, della parola «intrattenimento» è quello di un reciproco sostenersi, come due alberi cresciuti insieme, intrecciati, che si sorreggono e si danno forza a vicenda.
Suggerisce una sorta di trasferimento aereo di energia, di contatto attraverso un vuoto, come il groviglio di acciaio e cavi fra due pilastri solitari di un ponte. Non riesco a immaginare
un’approssimazione migliore del rapporto fra lettore e scrittore. Il senso che ne deriva – di scambio proficuo, di mutuo sostentamento, di accoglienza offerta, di comprensione e reciproca relazione, di un breve intervallo di attenzione bilaterale nel quale si dà e si riceve – anima ancora la parola nella sua forma verbale: intratteniamo visitatori, ospiti, idee, prospettive, teorie, dubbi e rancori.

Inevitabilmente, a un certo punto, mentre generazioni di anfitrioni intrattenevano generazioni di ospiti con banchetti, festini e spettacoli ingegnosi, l’idea del piacere si infiltrò nei pori della parola. E con il piacere (suppongo altrettanto inevitabilmente) arrivarono la disapprovazione, un senso di vacuità e di vaga nausea, la saturnina incertezza associata al diletto, all’artificio e allo spettacolo: al piacere, questo dono ambiguo. È in parte l’incertezza del piacere a macchiare la reputazione dell’intrattenimento.
Il piacere è inaffidabile e caduco. È Lucy che finge di tenere fermo il pallone da football a Charlie Brown. Il piacere si può facilmente sintetizzare, produrre su scala industriale, incartare singolarmente. I suoi benefici non perdurano, e dunque arriviamo a diffidarne, o a diffidare del gusto che ne proviamo.

[...]

Michael Chabon

copyright 2008 Michael Chabon - Maps and Legends: Reading and Writing Along the Borderlands. Per gentile concessione di Berla & Griffini Rights Agency

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