Magazine Martedì 19 marzo 2013

Paolo Ruffini, da Colorado e Belen al debutto da scrittore. L'intervista

Paolo Ruffini, scrittore e conduttore di Colorado insieme a Belen Rodriguez

Magazine - Tutto bene (Tea, 347 pp.,13 Eu) è uno dei più bei romanzi dell’anno. Quindi, è destinato a non entrare nelle classifiche ufficiali. Nonostante il suo autore sia uomo di televisione, cinema, spettacolo, internet, e faccia ridere: Paolo Ruffini è il conduttore di Colorado con Belen Rodriguez.

Si fa notare da migliaia di persone ma nessuna di queste avrebbe mai potuto pensare che dietro quella zazzera così irta e la parlata così toscana covasse il talento dello scrittore sensibile, attentivo come un rabdomante di sentimenti.

La storia è una di quelle che capitano ai nostri tempi. Steve – questo il nick name del protagonista – è uno come Ruffini: conduttore di successo, ha girato anche dei film che hanno sbancato i botteghini, possiede una casa high tech in centro a Milano, e la sua passione più sentita è la gnocca, meglio se maggiorata come quella del Drive – In (ve lo ricordate ?).

Non ha altra prospettiva, Steve, e vive giorno per giorno, una notte dietro l’altra, mica si fa dei problemi, non è uno sfigato lui. Un giorno gli suonano alla porta. Apre e si ritrova un nuovo mondo spalancato perché sullo zerbino ci sta una bambina, con i suoi occhi: mica per altro ma è sua figlia e la vita non gliela cambia, gliela asfalta.
Da quel momento il romanzo si espande come un mantice di sentimento al cubo, le scene comiche lussureggiano ma c’è qualcosa di indefinito che tiene la lettura sempre virata ad alti livelli di emotività e di calore umano.

Un talento inaspettato, come un amico che non credevi, forse anche perché le apparenze ingannano, sono illusorie come il velo di Maya:non ti aspetteresti tanta ricchezza sentimentale – ma mica alla Moccia, intendiamoci subito – dentro un comico così nazionalpopolare, alla Pippo Baudo e poi così libero, molto più di una Susanna Tamaro che sembra ormai – al suo confronto – un orco vecchio di secoli polverosi, dimenticato in qualche armadio da soffitta.

Paolo, da dove inizia il tuo libro?
«Dalla casa editrice che si è avvicinata a me. Mi sono ritrovato a scriverlo quasi per scherzo, oppure per scommessa. Fatto sta che mi ha preso parecchio la mano. A dirti la verità io non ho mai letto un libro lungo come quello che ho scritto. Te lo confesso. Però mi sono divertito un sacco, anche se ho passato tutte le fasi della sua gestazione: c’è stato il momento della scrittura compulsava, e quello del blocco. Alla fine mi sono ritrovato con questo libro che forse è ciò che di più intimo e personale ho fatto nella mia vita».

Tu sei un comico molto bravo. L’esperienza del Nido del Cuculo su You Tube infuria da tempo. Da dove arriva questa tua intuizione così preziosa?
«C’era un attore, Riccardo Pangallo, che doppiava i film ed a cui mi sono ispirato. Il nido del cuculo parte però da una Festa dell’Unità del 2001 e poi cammina da sé. Oggi è un’aziendina con tre dipendenti. È diventato un buon prodotto di chiara fattura artigianale».

È vero che abbiamo rischiato di perdere Tutto bene perché volevi scrivere un libro sulla vita di Renzo Montagnani?
«È verissimo. Montagnani – vi ricordate Amici Miei? – è stato un grande attore, dimenticato troppo presto. Si era laureato con una tesi sulla forza misteriosa e antica della risata ed aveva dovuto accettare ruoli di modesto spessore anche perché aveva un figlio disabile le cui cure costavano come il fuoco. Una figura grandiosa e tragica, grottesca e dolorosa. Un libro su di lui resta uno dei miei sogni».

Cosa pensi della comicità di certi tuoi colleghi, tipo la Dandini o la Guzzanti. Secondo te non sono prigionieri di qualche schema mentale o – peggio – ideologico? E tu non ti senti ostaggio di Italia uno?
«Ma manco per niente. Io non mi sento ostaggio di nessuno. La mia è una comicità mefistofelica, iconoclasta, che non guarda in faccia a nessuno. Basta guardare i danni che facciamo con Il nido del cuculo che da solo infrange gli specchi delle convenzioni. Credo che Dandini e C. debbano portarsi uno schema cucito addosso di spessore anche sottile ma comunque sempre ideologico».

di Alberto Pezzini

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