Magazine Mercoledì 10 aprile 2002

Io e lo scultore cyber

Magazine - Mi ero innamorata di lui perché assomigliava a mio nonno, non avevo pensato che non mi avrebbe trattata come il nonno.
Intendiamoci, volevo che mi accettasse e mi volesse bene così com’ero, che mi amasse senza giudicarmi, come fanno di solito i nonni o come aveva fatto il mio.
Ero un grosso (anche considerate le mie dimensioni) pacco sorpresa arrivato quando la parte più bella della sua vita era già stata vissuta, ma aveva accettato la bambina-pacco senza nessuna esitazione. Forse con riservatezza e timore, derivate dal fatto che la sua mole imponente aveva a che fare con un esserino (col caschettto e la frangetta) dotato di ferrea determinazione nel cercare di fare solo ciò che voleva.
Ora non sono più un esserino e ho capito che non sempre si può fare tutto ciò che si vuole. Peccato.
Ma lui lo volevo lo desideravo con tutte le mie forze, pensavo che amandomi avrebbe risolto tutti i miei problemi. Primo fra tutti la spasmodica ricerca di qualcuno da amare.
Ma quando mai l’uomo della vita, ammesso che ci sia, è come ce lo immaginiamo?
In realtà succede sempre come con le sorprese dei fustini di detersivo: nella foto sulla confezione sembrano splendide e riverberate di luce, grazie alla sapiente illuminazione di sedicenti fotografi. Poi, quando, dopo aver respirato due etti di polvere te li trovi tra le mani, in tristissimi sacchetti di cellophane, per prima cosa ti accorgi che pesano pochissimo. Poi, quando, dopo numeri di contorsionismo da manuale, riesci a lacerare l’involucro, scopri un oggetto banale, fabbricato in vil plastica o, al meglio, in silver plated. Ma sempre e comunque made in Taiwan.
Ho fatto le cose più cretine che può fare un essere umano, avrei avuto più soddisfazioni corteggiando un muretto a secco o uno gnu imbalsamato di recente.
Mi sono posta le più esoteriche domande e i più reconditi dubbi su come mai non corrispondesse i miei sentimenti, o meglio, le mie velleità.
Ho immaginato ipotetiche congiure che sarebbero finite con la strage che avrebbe lavato, per sempre, l’onta del mio ferito orgoglio, innalzandomi al di sopra dei comuni mortali.
Lui deve amarmi , mi dicevo. Perché mai? Penso ora.
Forse era come per la casa di Barbie che ho sempre desiderato e non ho mai ottenuto. Il nonno era già morto. Se ci fosse stato lui mi avrebbe accontentato. Ricordo che io la dovevo avere, mi immaginavo già: far andare su e giù l’ascensore, che era giallo impossibile in un improponibile stile finto-liberty, accostato a colonne arancioni (nessun architetto, neanche quello della Mattel, avrebbe mai osato tanto). I miei pianti erano stati biblici, la fortuna di quando sei piccolo è che se non ottieni qualcosa almeno puoi sfogarti con i capricci, ma non erano serviti a nulla.
Quel Natale mi era arrivato un orribile cane rosso di pezza, a cui subito io avevo cavato un occhio.
Quando si cresce però è tutto differente e ci si affanna, non si vogliono capire cose talmente evidenti, da essere visibili anche al buio, come l'insegna di una pizzeria.
Pensare: probabilmente non gli piaci, non mi aveva nemmeno sfiorato le volute cerebrali. Come accade a chi cerca per vent’anni il proprio fratello gemello, rapito alla nascita, e poi scopre che per tutto questo tempo è stato suo vicino di casa (…mmhh quel tipo ha qualcosa di famigliare…) ed è quello che fa pure casino… la situazione era proprio questa.
Per farmi capire civilmente che non gli interessavo, l’unica cosa che non aveva ancora fatto era stata vomitarmi sulle scarpe.
Fino al momento, prima di essere colpita dalla folgore della consapevolezza, non mi ritenevo un tale scarto umano, ma ora non esco mai senza passamontagna.
La morale della storia è: se non siete come quelle della pubblicità scordatevi le sorprese più belle, ma non crediate che sia un danno, perché le persone intelligenti e che vale la pena di conoscere comprano il detersivo senza omaggi, perché costa meno!

Claudia Bonani

di Donald Datti

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