Magazine Martedì 9 aprile 2002

Indipendenza o appartenenza?

Informazione libera o informazione di appartenenza? Ovvero: esiste in Italia una stampa capace di ritagliarsi uno spazio autonomo e di far sentire la sua voce sopra le sirene del potere? O resta invalsa l’abitudine a “correre in soccorso del vincitore”, come diceva Flaiano? L’occasione per approfondire l’argomento è stato un incontro organizzato dal Circolo Culturale i Buonavoglia e patrocinato dal Comune tenutosi nel Salone del Minor Consiglio. Erano presenti i direttori de La Stampa Marcello Sorgi, quello de Il Secolo XIX Antonio Di Rosa, il direttore editoriale de Il Sole 24 Ore Antonio Calabrò, l’inviato speciale del Corriere della Sera Gianantonio Stella e Sergio Buonadonna a fare da mediatore. E il sindaco Pericu, trafelato dall’ultimo Consiglio Comunale del suo mandato a fare gli onori di casa.

Tutti presenti per omaggiare Vittorio Nisticò. Un giornalista che ha fatto la storia di un piccolo giornale, L’Ora di Palermo, che in vent’anni, dal 1955 al 1975, ha rappresentato un esempio di indipendenza e di rottura. Contro la mafia, contro le pastoie della politica, addirittura contro il partito di riferimento, il PCI. Tanto che, ricorda Stella, paradossalmente i giornalisti confluivano nel quotidiano siciliano da testate quali il Corriere per essere davvero liberi.

Nisticò racconta commosso del suo giornale, nel suo intercalare ricorre spessissimo la frase “mi ricordo”, parla del suo rapporto con Genova. Un rapporto fatto di distanza geografica e contiguità morale e storica: i moti del giugno e del luglio 1960 contro il governo Tambroni, che dall’epicentro genovese esplosero con violenza in tutta Italia e causarono quattro morti a Palermo. «Ricordo i giovani che sembravano danzare tra le pallottole e le truppe che avanzavano con baldanza», racconta Nisticò.

Ma non è una serata dedicata ai ricordi. Bisogna arrivare a una conclusione. E allora, partendo dall’esperienza dell’Ora (alla quale Nisticò ha dedicato un volume, Accadeva in Sicilia: gli anni ruggenti dell’Ora di Palermo, edito da Sellerio), tutti i presenti si sono dati il cambio a dare il loro contributo all’interrogativo di fondo. E se Di Rosa chiede a chi fa informazione di affrancarsi “dall’ombrello dell’appartenenza”, cercando una via alla notizia che passi dall’autocritica piuttosto che dall’autocensura, Sorgi rivendica il valore dell’identità locale, del giornalismo fatto in ambito cittadino, dove emerga il coraggio di raccontare qualcosa che si è visto da vicino piuttosto che criticare da lontano. Poi Calabrò rassicura che accanto alla tendenza alla piaggeria, c’è comunque spazio per un’informazione che sa ancora assumersi il coraggio delle proprie opinioni. E, mentre Pericu si domanda se non esista anche un condizionamento del mercato e della pubblicità, oltre che a quello del potere, conclude ancora Nisticò, con un messaggio di speranza pieno di orgoglio e una visione “altezzosa” del giornalismo, capace di dialogare col potere senza esserne schiacciato.
di Donald Datti

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