Magazine Domenica 24 febbraio 2013

Storia di Fulvio, bambino down innamorato del canto e del Cirque du Soleil

Il Cirque du Soleil

Magazine - Quando la fatica emotiva tenta il sopravvento, mi sorprendo a ricordare gli anni trascorsi con Fulvio, le nostre giornate interminabili trascorse fra silenzi e canti. E mi soffermo sempre qualche attimo in più su quel Capodanno in cui, a fine serata, si addormentò abbracciato a me per paura che me ne andassi.

Lo conobbi una decina di anni fa, d‘estate. Organizzavo, la domenica, piccole feste in una casa famiglia per anziani. Un pomeriggio, mentre sistemavo il giardino, sentii una presenza alle spalle. Mi voltai e guardai, per la prima volta, quello che avrei chiamato ben presto il mio «ragazzone», sebbene, in realtà, fosse molto esile. Fulvio, un dolcissimo bambino down. Conobbi anche la nonna, che viveva lì, e i genitori, due giovani dagli occhi chiari e limpidi. spalancati sulla vita e su quel figlio così speciale.

Cercavano di capire come - il mondo e Fulvio - si fiutassero e quanto si somigliassero.
L’intera famiglia viaggiava frequentemente in giro per l’Italia. Questo aiutava moltissimo il bimbo a stimolare la memoria.
Il piccolo si definiva «un giramondo»
, parola che aveva amato da quando l’aveva scoperta in un film. Durante un soggiorno a Roma assistette allo spettacolo che, più di tutti, lo stregò. Le Cirque du Soleil divenne parte integrante della sua vita. Non si poteva parlare di Fulvio senza citare Alegrìa. Mamma e papà gli spiegarono con pazienza l‘essenza della rappresentazione. «Se non hai voce, grida. Se non hai gambe, corri. Se non hai speranza, inventa».

Desideravano fosse un insegnamento per lui, per acquisire fiducia. Negli anni successivi mi avrebbe chiesto diverse volte come si potesse correre in quel modo. Però poi aggiungeva: «Ma sì lo prendi in braccio tu, quello lì senza gambe. Corri tu. Corre lui. Ah, sì…sì si può». E riprendeva a cantare, rassicurato.

Da un po’ di tempo però stava vivendo un problema di difficile soluzione. Una delle sue passioni era ascoltare la voce dei familiari. Se ne sentiva protetto. Avrebbe voluto parlarne agli altri, condividerlo. Spiegare quanto sia bello ascoltare qualcuno a cui si vuole bene. Ma non sapeva come comunicarlo, come coinvolgere gli amici. Non ci riusciva.
I suoi assistenti avevano provato ad aiutarlo tramite il disegno, ma era troppo faticoso, tanto che perdeva subito la concentrazione e si innervosiva. Eppure voleva a tutti i costi parlare di quei suoni...

La stessa sera, a casa, mi trovai a riflettere. La gioia di quella famiglia aveva lo stesso effetto di una mano fresca ben distesa sui miei molteplici tumulti. Cercai, quindi, di contraccambiare almeno con un’idea. Fui aiutata dal bimbo di una carissima amica il quale, sulla spinta delle proprie sensazioni, inventò per Fulvio una definizione importante: le voci che stanno sul cuore. Ebbi così la strada spianata per inventare un racconto. In verità era più una favola. Un bambino, un giramondo appunto, andava ogni giorno in giro per le strade con le tasche piene di foglietti su cui tracciava linee, cerchi, forme particolari, colori diversi, guidato esclusivamente dal ritmo di una voce. Li regalava agli amici, a chi incontrava.

Fu così che, nei giorni seguenti, ci trovammo, genitori di Fulvio, insegnanti ed io, a parlarne. L’idea era aiutarlo ad emulare il protagonista, liberandolo quindi dal disegno tradizionale. Avrebbe potuto tracciare le forme che gli erano congeniali, evitando così che si stancasse e si perdesse.
Seguendo scrupolosamente le direttive degli assistenti, fui la prima a spiegarglielo. Si distrasse parecchie volte, cantò e danzò. Girò velocemente attorno alla stanza. Prese poi il foglietto fra le mani. Alla fine lesse la piccola favola, molto lentamente, insieme alla mamma.

Cominciammo insieme qualche schizzo, giocando. Chiudeva gli occhi, pensava ad una voce, non mi svelava di chi fosse. Guidavo la sua mano mentre la rappresentava con le linee che gli venivano in mente. Poi mi chiedeva di indovinare.
Cercavo di sbagliare, così si divertiva. All’inizio aveva un ritmo nervoso che divenne più dolce, quando scelse i colori. Con cautela, dopo qualche settimana, lasciai le sue dita, tenendo però la mia mano accanto alla sua, perché non si sentisse solo. Arrivò a creare per ore mentre ogni tanto si alzava a cantare. E riempiva le tasche con i foglietti.
Li mostrava, parlava. Finalmente era il giramondo con le voci adagiate sul cuore.

Conobbi altri bambini meravigliosi come lui e per qualche anno creammo molte iniziative con le loro famiglie. Poi ci perdemmo per vari motivi, per tanti reciproci problemi. Rimasi in contatto con Fulvio, anche se si trasferì con la sua famiglia in un’altra città.
A questo punto devo però fare una confessione. Ascolto tanti generi di musica, ma in tutte le mie raccolte, non mancano mai le note del circo acrobatico e artistico amato dal mio ragazzone. È come avere un tatuaggio indelebile, che mi dà forza, nel luogo più segreto della mia affettività.

di Chiara Sumuels

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