Concerti Magazine Sabato 16 febbraio 2013

Daniel Harding a Sanremo 2013. «Verdi e Wagner? Meglio solo il Manchester»

Magazine - «Per mio figlio di sette anni ascoltare i poemi sinfonici di Dvorak o Gang Nam Style è la stessa cosa. E lo trovo grandioso. Certo, magari un genere ha più sostanza dell'altro. Ma se gli dà piacere, dico io, perché non lasciarglieli ascoltare?»
A neanche quarant'anni, Daniel Harding non è soltanto uno dei giganti della direzione d'orchestra internazionale: è una persona immersa nella contemporaneità, che accetta con intelligenza il dialogo tra musica colta e pop più commerciale. E se li fa convivere in casa sua, perché non provare a fare lo stesso sul palcoscenico dell'Ariston?

Il direttore d'orchestra britannico è uno degli ospiti di punta della serata conclusiva del Festival di Sanremo 2013: lasciato libero il posto in scaletta da Daniel Barenboim, tocca a Harding dare voce e corpo all'idea di Fazio, che nel bicentenario verdiano (e wagneriano) ha voluto aprire il Festival con il coro del Va' pensiero. Una delle tante pillole di cultura alta disseminate qua e là in questa edizione.

Stasera Harding chiacchiererà con Fazio. Poi dirigerà l'Orchestra Sinfonica di Sanremo nell'esecuzione della marcia trionfale dell'Aida e della cavalcata delle Walkyrie. Due superclassici dell'opera che ormai fanno a pieno titolo parte della cultura pop.
«È una cosa assolutamente buona che si parli di grande musica in un contesto come quello del Festival – spiega Harding – Non ci sono norme da seguire, né delle leggi che stanno a dire come la grande musica debba essere proposta. Per questo un po' ne parlerò e un po' la suonerò. Il mio sarà un piccolo omaggio a Verdi e Wagner, perché sono convinto che la grande musica sia qualcosa che è necessario condividere».

Che ne pensa della disposizione dell'Orchestra, quest'anno appollaiata su quattro elementi sospesi al di sopra del palcoscenico? «Non ho mai visto niente del genere in vita mia – se la ride di gusto Harding – Confesso che mi fa piacere che suoneremo semplicemente per due o tre minuti, altrimenti mi verrebbe un torcicollo tremendo».

Nel bicentenario verdiano e wagneriano, come vive i campanilismi tra i due compositori nella programmazione delle nostre stagioni teatrali? «È umano voler diventare in un modo o nell'altro dei tifosi – spiega il direttore – ma Verdi e Wagner non sono Milan e Inter, sono decisamente molto meglio. Diciamo che si avvicinano al Manchester United – scherza – Ad ogni modo, sono assolutamente felice che la gente prenda posizione su un tema come questo, parli e si confronti su due grandi compositori. Da musicista è importante. Verdi e Wagner rappresentano due mondi diversi, ma presentano anche grandi analogie. Ed è su questo che voglio lavorare, anche qui a Sanremo».

Fazio ha impostato il Festival sulla contaminazione tra cultura alta e cultura bassa. Che ne pensa? «Quella tra musica colta e altra musica è una controversia finta: perché dovrei scegliere a tutti i costi tra musica classica (ma io preferisco chiamarla sinfonica) o pop? Per me la cosa importante è conoscere quanto più possibile la musica e le sue manifestazioni, perché ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. Le faccio un esempio: i miei figli ascoltano gli Abba o Gang Nam Style, poi passano magari a Dvorak. Io non dico nulla, perché bisogna essere in grado di poter ascoltare la musica che senti tua in quel momento. È un bisogno umano, che si può esprimere in modi diversi. Per questo tutta la musica è degna e vale la pena di essere conosciuta».

E lei, come è arrivato alla musica? «In modo del tutto casuale: i miei genitori avevano scelto di mettermi alla prova con qualche cosa. Ma non avendo il fisico per lo sport, mi hanno messo a fare musica. Oggi, invece, credo di fare musica perché non riuscirei a fare bene nient'altro».

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