Magazine Martedì 12 febbraio 2013

Marco Belpoliti: il libro 'Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse '

Andy Warhol

Magazine - Il 18 aprile 1974 a Genova un commando di brigatisti rapisce in via Forte dei Giuliani un magistrato, Mario Sossi, sostituto procuratore. Sossi è stato pubblico ministero nel processo contro alcuni terroristi del gruppo «XXII ottobre», che hanno ucciso un commesso, Alessandro Floris, durante una rapina per finanziare le loro attività. L’intera scena del delitto – due uomini che fuggono su una moto sparando a Floris steso per terra, mentre cerca di fermarli – è stata ripresa da un fotografo dilettante ed è rimasta impressa nella memoria collettiva per la sua spietatezza: una delle icone negative degli anni Settanta.

Sossi è rinchiuso in una stanza di sei metri per sei, insonorizzata con il polistirolo, la «prigione del popolo», e fotografato con alle spalle un drappo rosso, su cui è impressa la scritta «Brigate Rosse» e la stella a cinque punte dell’organizzazione rivoluzionaria. A fianco, altre scritte: «Portare l’attacco al cuore dello stato» e «Lotta armata per il comunismo». L’immagine, una polaroid, viene distribuita con il secondo comunicato delle BR.
Sossi è seduto; s’intravedono le gambe su cui poggiano le mani intrecciate, lo sguardo perso e il volto tumefatto; indossa un maglione dall’ampia scollatura da cui spunta la canottiera bianca. Ha la testa leggermente reclinata e al momento dello scatto ha spostato lo sguardo verso chi lo stava ritraendo.

Quattro anni prima, nel 1970, l’artista americano Andy Warhol acquista un apparecchio Polaroid Big Shot, una macchina fotografica istantanea munita di pellicole autosviluppanti: dopo lo scatto, in pochi minuti, senza l’intervento umano, si produce automaticamente una fotografia. Warhol è attirato dal fatto che l’immagine appare già pronta senza passare per camera oscura, liquidi di sviluppo e tecniche di asciugatura. Tutto è perfettamente istantaneo. Da quel momento, e negli anni seguenti, l’artista viaggerà sempre munito di una Polaroid.
Dopo la Big Shot, a soffietto, con il flash nella parte anteriore, non più prodotta a partire dal 1973, si procura una SX-70, più elegante ed efficace, e anche più facile da trasportare per la sua forma chiusa a pacchetto. Oltre l’istantaneità, Warhol è attratto dall’effetto «ordinario» che lo scatto produce; per quanto si cerchi di utilizzarla in modo inventivo, la Polaroid crea immagini standard, stereotipate: le foto si somigliano tutte, o quasi.

Warhol utilizza le polaroid come «modelli» per i suoi quadri; l’aspetto seriale di questi scatti gli è infatti particolarmente utile nel lavoro. Sette anni prima ha sperimentato un altro sistema per produrre immagini simili: la Photomatic, la cabina automatica per le fototessera. La moglie di un collezionista d’arte americano, Ethel Scull, gli ha chiesto un ritratto. Warhol va con lei in taxi sino a Times Square. Lì, nel cosiddetto « portico dei divertimenti», come racconta David Bourdon nella biografia dell’artista, fa entrare Ethel, che indossa un elegante abito Christian Dior, nella cabina automatica per fotografie. Introduce un quarto di dollaro nella fessura e le dice: «Ora sorridi e parla, tutto ciò mi sta costando del denaro».

L’operazione si ripete parecchie volte. Intanto Ethel, seduta sul suo seggiolino, si accarezza, fa delle smorfie, mostra i denti, si tocca il viso e il mento, si aggiusta i capelli, si mette e si toglie gli occhiali da sole, si passa la mano sul collo; posa per oltre cento scatti assumendo, via via, diversi atteggiamenti: svagata, pensosa, divertita, sbarazzina, graziosa, seducente, imbarazzata, esuberante.
Tornato nel suo studio Warhol sceglie le immagini di Ethel che più gli piacciono e le stampa su pannelli nel formato di 20x16 pollici. Il risultato è Ethel Scull Thirty-Six Times: trentasei immagini tratte dalle fototessera automatiche. Come in altri ritratti, tra cui quelli di Marilyn e Mao, le fototessera sono serigrafate su tele dipinte.

Con Andy Warhol la Photomatic entra ufficialmente nella storia dell’arte. Lo stesso anno Warhol usa la medesima tecnica per realizzare una doppia pagina su «Harper’s Bazaar» e l’anno successivo, in una sua personale alla Stable Gallery di New York, utilizza una fototessera in cui appare in smoking e farfallino per il manifesto in cui annuncia l’evento. Warhol prova attrazione per quella che i critici hanno definito «la distruzione degli ultimi residui di visione artistica prodotta dalla fotografia automatica».
In realtà, le cose non stanno proprio così. Non solo Warhol interviene con forza nel produrre l’oggetto artistico, ma la fototessera contiene qualcosa di opposto: l’identificazione. Non bisogna infatti dimenticare che le cabine Photomatic, introdotte nel 1926 per la prima volta in America, servono a produrre in modo meccanico immagini per passaporti, carte d’identità, tessere, cioè per tutti quei documenti che certificano l’identità delle singole persone.

Sia con la Polaroid che con la Photomatic Warhol cerca di ottenere un risultato ambivalente: da un lato, standardizzare il soggetto che ritrae; dall’altro, accentuarne per paradosso l’identificazione. L’artista segue in modo spontaneo un’intuizione efficace: questo tipo di fotografia identifica e spersonalizza al medesimo tempo. Mina l’identità del soggetto offrendogli al contempo una certificazione promulgata da un soggetto o apparato esterno, «oggettivo».

Marco Belpoliti

© Copyright Ugo Guanda Editore Spa 2013

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