Concerti Magazine Sabato 2 febbraio 2013

Il Cile a Sanremo 2013: «Porto al Festival la crisi di noi trentenni»

Magazine - «La colpa della nostra generazione? Ci siamo adagiati nel nostro disagio. Certo, intorno a noi il mondo si è sfaldato, ma non siamo stati in grado di reagire». Bastano poche battute a Il Cile per mettere a fuoco lo smarrimento dei figli degli anni Ottanta, quei venti-trentenni che senza giri di parole sono stati bollati da politici e sociologi come generazione perduta.

Lorenzo Cilembrini, trent'anni giusti giusti, quella generazione la rappresenta in pieno. E cantandola, ne è diventato un po' il bardo: il suo primo singolo di successo, Siamo morti a vent'anni è diventato in poco tempo un manifesto del disagio indie. Poi, messo sotto contratto dalla Universal e prodotto da Fabrizio Barbacci (lo stesso di Ligabue, Nannini e Negrita), ha portato il cantautore da Arezzo alla consacrazione su palcoscenici di primo livello: il concertone del primo maggio, a Roma, e l'Heineken Jammin' Festival.

Ora tocca al Festival di Sanremo, che vedrà Il Cile in gara tra i giovani lanciato da un brano che ha già raccolto molti consensi, Cemento armato. Un racconto delicato, che prendendo le mosse da una storia d'amore finita male si allarga per inquadrare il disagio di una generazione intera.
«Metto in musica e parole la mia vita nella sua totalità: scrivo come terapia, per canalizzare quel moto autodistruttivo che provocherebbe ferite» racconta Il Cile pesando ogni frase: è appena uscito dai primi giorni di prove all'Ariston, e la macchina del Festival deve avergli messo un po' di diffidenza. Poi, conversando, si scioglierà diventando un fiume in piena.

«Per scrivere le mie canzoni, parto da me stesso come se mi inquadrassi con una macchina da presa - continua attingendo a un'immagine cinematografica - Poi alzo lo sguardo verso il resto, come in un campo lungo. Così, in Cemento armato, sono partito descrivendo il distacco doloroso dalla ragazza che amavo, accorgendomi che il mio disagio interiore enfatizzava una crisi generale. E l'accoglienza del pubblico mi ha fatto capire che è modo di scrivere che funziona».

Senza piangerci addosso, che responsabilità abbiamo noi 20/30enni in questa situazione di crisi?
«Chi è adolescente oggi, vive la crisi in maniera diversa rispetto a noi: chi è nato negli anni Ottanta, ha subito uno sfaldamento emozionale tra un'infanzia felice - magari anche solo illusoriamente felice - e un'adolescenza e un'età adulta in cui tutto ci si è sgretolato intorno. Che si parli di economia, di società civile, di politica, di morale, ogni aspetto del mondo nel quale avremmo dovuto fare il nostro ingresso da protagonisti si stava sfaldando. La nostra colpa è stata quella di non aver capito e di non aver reagito. Per fortuna percepisco che qualcosa si sta muovendo».

Anche la politica ha delle responsabilità però. E tu di certo in Cemento armato non gliele mandi a dire.
«Politicamente mi considero ateo. Anche perché, data la situazione, è difficile credere nella politica come specchio della società. Quello in cui credo sono le persone, le tante persone che vivono e lavorano per pagarsi un mutuo, per darsi agli altri, per fare qualcosa in cui credono davvero. Nella mia esperienza di lavoro ne ho incontrate tante».

Un mondo per nulla astratto: tu lavoravi negli ospedali.
«Esatto: per pagarmi gli studi e la musica ho lavorato per anni in una ditta multiservizi, a Bologna, nella quale ho fatto di tutto negli ospedali, dalle pulizie al facchinaggio, dal magazziniere all'autista. Conservo uno splendido ricordo di quel mondo: mi faceva sentire sollevato vedere all'opera un'umanità che si dà per gli altri, fossero semplici inservienti o medici al lavoro 24 ore su 24».

Passiamo al Festival. Hai già calcato palcoscenici enormi, come l'Heineken o il primo Maggio. Che effetto fa un palco piccolo ma pieno di significati come quello dell'Ariston?
«Piccolo è piccolo - se la ride Il Cile - ma riesce a suscitarti un'ansia che solo quel palco può generare. Lo senti che lì sopra c'è passata la storia della musica italiana: c'è un'atmosfera sacrale che respiri di continuo. E poi, alla prima prova con l'orchestra, quando ho sentito suonare la mia musica con i violini veri, ho capito perché a teatro viene la pelle d'oca».

In gara porti Le parole non servono più, una canzone forse più intima rispetto a Cemento armato.
«Anche in questo brano c'è moltissima autobiografia. È una lettera di addio a una ragazza, scritta nel momento in cui sono cosciente di perderla. Le parlo con consapevolezza, senza rabbia, cercando di farle capire che nel suo cammino troverà trappole ovunque».

Quest'anno la commissione artistica si è molto spesa perché il Festival cambiasse sound. Ce n'era bisogno, non credi?
«Mi piace questo Sanremo che dà spazio anche a chi non fa una musica strettamente inquadrata nei canoni del pop. Trovo fondamentale che si dia spazio anche a dei sound meno legati al passato. Per noi giovani la sfida è riuscire a entrare in contatto con fasce di pubblico nuove, a interessarle con il nostro stile di scrittura».

Non tutti i giovani però hanno il tuo stile. Anzi, molti arrivano dai talent e da un modo molto più confezionato di fare musica.
«Credo che ognuno debba veicolare la propria arte nel modo che ritiene più consono. Per me, partecipare a un talent sarebbe stata una castrazione rispetto a quello che sono. Ti faccio un esempio. Il mio disco è nato come si faceva una volta: mi sono chiuso per tre anni in studio con il mio produttore e ne sono uscito con una consapevolezza diversa del mio fare musica. Il talent è una scorciatoria che ti dà tutto subito: visibilità, pubblico e un'identità. Ma è anche estremamente facile cadere».

Cosa vedi dopo Sanremo?
«Un nuovo album e un nuovo tour. Perché la soddisfazione più grande è il contatto con il pubblico».

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